Guadagnarsi la pagnotta senza diventare una …………….: guida per giovani e brillanti signorine alla ricerca di un’occupazione onesta. Seconda Puntata

Il primo impiego “ufficiale”: commerciale estero in azienda di intermediazione finanziaria; mobbing, sfruttamento e illegalità spudorata.

Scrivere del mio primo impiego come commerciale estero a Catania mi costringe a ricordare un’esperienza che classifico come “estremamente negativa”.
Come accade con tutte le esperienze negative ho imparato molto; ad esempio, a riconoscere le fregature. 
Ma cominciamo dall’inizio…
Navigando sul web trovai sul sito di Infojobs un annuncio in cui si ricercava la figura di ufficio commerciale estero per un’importante e affermata azienda di intermediazione finanziaria. Interessata, inviai il mio curriculum – nonostante avessi visto che c’erano già 134 candidature per quel posto.
Venni contattata quasi subito per un colloquio.


Mi ritrovai in questo grande ufficio con splendide vetrate che si affacciavano sul centro storico di Catania. Mi sembrò un buon inizio, il posto era decisamente bello – e l’ufficio sembrava prestigioso.

C’erano circa altre 10 candidate, e tutte venimmo chiuse in una stanza con un grande tavolo di legno ovale al centro.
Arrivò il “boss”, un ragazzo sulla trentina vestito a puntino con panciotto e orologio a cipolla, che scoprii essere il figlio del titolare.
Ci disse che ci avrebbe fatto fare un test di conoscenza dell’inglese commerciale.

Ci diede fogli e penne e ci dettò una lettera commerciale abbastanza semplice, che noi avremmo dovuto trascrivere in inglese.
Il test andò abbastanza bene, anche se dopo scoprii che chi doveva valutare il nostro inglese (cioè lui) non conosceva una parola di questa lingua !
Subito dopo venni richiamata per un secondo colloquio: stavolta eravamo in tre, e ci venne chiesto di fare alcune telefonate commerciali per mettere alla prova la nostra competenza di inglese parlato. Anche stavolta superai la prova. Venimmo “prese” tutte e tre, a condizione che ci fosse un mese di prova (retribuita, ci avevano detto, in nero).

Dopo qualche giorno capii qual era la situazione interna: l’ufficio era sostanzialmente uno studio di commercialisti. Il padre del mio boss era il capo, e aveva alle sue dipendenze altre due ragazze che lo aiutavano con i suoi clienti.
Il figlio, cioè il mio capo, dopo una serie di esperienze lavorative inconcludenti, si era messo in testa di iniziare un’attività di brokeraggio finanziario, e il padre gli aveva “prestato” il suo ufficio e i suoi mezzi per poter mettere su quest’attività.
Ci venne detto che la nostra società di intermediazione si chiamava “B.N.O. Trade”, con sede in Inghilterra (?). Non ho mai capito se questa società esistesse veramente o se fosse inventata di sana pianta come tutto il resto.

In sostanza dovevamo cercare su un sito (del quale adesso non ricordo il nome) tutte le società (anche loro di brokeraggio) che vendevano un determinato prodotto – principalmente petrolio, oro e diamanti – e metterle in contatto con le altre società che invece cercavano di comprare gli stessi prodotti, prendendo naturalmente una percentuale dell’ 1% per ogni transazione.
Non so se vi rendete conto che un tizio che aveva appena la terza media e che non conosceva assolutamente il mondo dell’imprenditoria e dell’intermediazione e neanche una parola di inglese si era messo in testa di mettere su un’attività del genere.
Allucinante.

Comunque, decido di provarci, se non altro per avere la gioia di vedere il mio primo stipendio!
I turni erano massacranti: per poter sfruttare appieno le 24 ore lavorative e i rispettivi fusi orari del mondo, ad ogni ragazza venne assegnato un continente sul quale lavorare.
Quindi una di noi lavorava di notte, un’altra di mattina e un’altra di pomeriggio.
Dovevamo, come ho già detto, mettere in contatto offerta e richiesta.
Ma non era facile! Spesso le catene di intermediari erano infinite e i compratori seri specificavano nelle loro richieste che non avrebbero accettato offerte proposte da intermediari.
Durante quell’esperienza capii che c’erano un sacco di persone nel mondo che “lavoravano” non facendo assolutamente nulla. Non “producendo” assolutamente nulla.
Mi sembrava assurdo passare le serate a parlare di diamanti con un arabo dall’altra parte della cornetta che parlava un inglese assolutamente improponibile e che cercava di trattare sul prezzo.
Chiaramente non si concluse mai niente.
Dopo due mesi non avevo visto ancora un soldo. Insistetti moltissimo per avere il contratto (che non arrivava mai) e alla fine dopo un mese di insistenze riuscii ad ottenere un contratto come “Operatore Audio e Video”. In sostanza, centralinista.
Stavo pensando di abbandonare tutto.
Il mio capo me ne diede l’occasione.
Sentite un po’: dopo due mesi di telefonate dall’altra parte del pianeta, la società del padre del mio capo non aveva più i soldi per pagare le bollette stratosferiche, quindi ci staccarono telefono e internet.
Io, stupidamente,  portai in ufficio il mio computer portatile per poter lavorare comunque, sfruttando la connessione a internet di una delle numerosissime banche della zona (sì, lo so che è sbagliato e non si fa, ma ero giovane e incosciente – se non l’avete capito).
Cominciai a telefonare utilizzando Skype, ma il mio capo non riusciva a staccare gli occhi di dosso dal mio computer, e cominciò a chiedermi insistentemente di poterlo utilizzare.
Accettare fu un grande errore. Cominciò a utilizzare il computer praticamente tutto il giorno, e lo scoprii a navigare su siti di video poker. Dopo qualche mese scoprii che quella sarebbe stata la sua “attività” successiva.

Un giorno, esasperata, gli chiesi (un po’ incazzata) di staccarsi dal mio notebook, perché me lo stava intasando di virus.
Lui mi guardò e, davanti a tutti, mi prese per un braccio e mi disse: “se non la smetti ti lascio a spasso”. Dopo questa frase io feci armi e bagagli e me ne andai.
Inutile dire che dopo essermi licenziata con raccomandata dovetti sguinzagliare un paio di avvocati per riuscire a farmi pagare.

Dopo un mese riuscii a ottenere un assegno di 600 euro per tre mesi di lavoro.
E mi venne pure chiesto, per favore, di non incassarlo subito, ma di aspettare qualche settimana – perché l’azienda doveva riprendersi economicamente dopo l’esperienza fallimentare del brokeraggio.
Chiaramente andai in banca e lo incassai subito, e l’operatore di sportello mi disse che il conto era stracolmo di soldi e che potevo tranquillamente incassarlo.
Mi chiedo come facesse quell’azienda ad avere tutti quei soldi con uno studio di commercialisti e un elemento come il mio capo.
Poco tempo fa ho scoperto che adesso lui si trova in Svizzera e lavora come aiuto cuoco.
Mah!…
Leggi anche la Prima Puntata
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