Giubileo sulla decentralizzazione dei salari: “Idea da costruire ma ottima”

La decentralizzazione dei salari, proposta recentemente da Ichino, Moretti e Boeri, ha fatto discutere non poco. Per Francesco Giubileo però l'idea è da costruire ma ottima.

La recente proposta di decentralizzare i contratti collettivi collegandoli alla produttività aziendale ha generato un forte dibattito, soprattutto perché i tre autori, Andrea Ichino, Enrico Moretti e Tito Boeri,  nel loro paper presentato al Festival di Trento,evidenziano dati alla mano che effettivamente la contrattazione nazionale ha prodotto un fenomeno di sperequazione tra cittadini del Nord e del Sud. Abbiamo chiesto a Francesco Giubileo, consigliere di amministrazione di Afol Metropolitana, di darci una mano nel vederci un po’ più chiaro sulla questione della decentralizzazione dei salari.


Lei è d’accordo con la proposta di Ichino, Moretti e Boeri sulla  decentralizzazione dei salari?

Assolutamente si, non solo, ritengo che tale modifica possa rappresentare una svolta soprattutto per contrastare la disoccupazione nel Sud, più del contratto a tutele crescenti e degli esoneri contributivi previsti nel combinato disposto dello scorso anno.

decentralizzazione dei salariIn cosa consiste la proposta ?

In estrema sintesi si tratta al momento di una “idea da costruire”, ma secondo me ottima: gli autori non entrano nel dettaglio della proposta, che si basa sul fatto che i salari devono essere liberi di “aggiustarsi” in base alle condizioni locali, tenendo conto della produttività della singola azienda e senza restrizioni su base nazionale.

Ma non c’è il rischio di introdurre delle nuove “gabbie salariali” ?

Le gabbie salariali, fissate a livello regionale, producono un effetto drammatico di concorrenza al ribasso con impoverimento generale dei salari. No, non si tratta di “gabbie salariali”.

Nel dettaglio come si potrebbe costruire questa nuova contrattazione ?

Innanzitutto, sottolineo che per un tema così complesso è necessario almeno un mandato politico, dove il partito o Movimento formuli la sua proposta in maniera coerente e chiara. Per intenderci, per Renzi mettere mano al tema al momento sarebbe un suicidio.

Perché ?

Perché riguarda la maggioranza dei lavoratori italiani (a spanne 20milioni !), produce effetti sugli equilibri economici e onestamente ritengo che gli italiani devono essere messi nella condizione di decidere se voler mettere mano o meno a questo tema.  La mia speranza è che sulla base anche del paper di Ichino, Moretti e Boeri tutti i candidati pongano la necessità di mettere mano al tema. Dipende come !

Ecco, come ?

Premesso che su questo tema, al governo spetta un compito di indirizzo, va detto che la definizione deve tener conto delle parti sociali. Attenzione, mentre per quanto riguarda la domanda di lavoro (aziende, imprese) non si presenta un problema di rappresentanza, per i lavoratori il problema si pone eccome. I sindacati tuteleranno soprattutto i lavoratori adulti, non i disoccupati e soprattutto, data la scarsissima presenza di giovani tra i loro iscritti, non le giovani generazioni, soprattutto se precarie. Nel confronto, va tenuto conto anche della rappresentanza di questi soggetti, anche loro hanno diritto di sedersi al tavolo delle trattative. Altro conflitto che nascerà, sarà sicuramente quello tra lavoratori del nord e del sud, per questo ribadisco è necessario un mandato politico.

Aldilà della rappresentanza e del consenso politico, come dovrebbe realizzare questa sorta di nuova definizione dei salari ?

Posso fare solo delle ipotesi personali, il tema come ho detto richiederà tempo e una “strenua” contrattazione, comunque si potrebbe partire da un salario minimo di base, molto basso, diciamo in media la metà (o un terzo) di quello oggetto di contrattazione nei diversi CCNL, poi entrerebbe di diritto come secondo livello l’indennità locale, una sorta indice a livello provinciale o zone omogenee, dove il coefficiente è prodotto da una serie di variabili, costantemente aggiornato ogni sei mesi in modo automatico a seconda del paniere dell’Istat e del tasso di occupazione territoriale (o dalla variazione percentuale degli avviati al lavoro). Infine, un terzo livello legato alla produttività aziendale (vediamola come una sorta di “super-minimo” ridefinito), anche in questo caso l’indice sarà frutto di una serie di indicatori, anche loro aggiornati costantemente (diciamo ogni anno). Tre livelli, dove il peso del tessuto territoriale e la produttività aziendale, incidano profondamente sulla corposità dei salari.

decentralizzazione dei salariQuali saranno le principali conseguenze ?

Oggi nel Mezzogiorno il rapporto tra domanda e offerta di lavoro non è certo in equilibrio, un elevato tasso di disoccupazione in corrispondenza di una situazione economica in totale stagnazione da decenni e dove l’inflazione non accelera né decelera.  Ecco perché nei prossimi anni non sarà più possibile rimandare il tema di una nuova contrattazione, il sistema proposto non esclude che al Sud si possano raggiungere salari molto più elevati che al Nord, se l’impresa presenta ottime performance nel mercato del lavoro.

Certo, il rovescio della medaglia è quello che alcuni lavoratori del Sud, che oggi prendono un salario grazie ad un accordo nazionale, ma totalmente slegato dalla produttività aziendale potrebbero vedere ridotto(anche di tanto) il proprio salario. Questo fenomeno potrebbe essere in parte contenuto, perché non si esclude una mobilità occupazionale dove i soggetti più competenti andrebbero a lavorare presso le aziende che offrono salari migliori.

Inoltre, nel Mezzogiorno dove il salario entrerà in diretta competizione con quello prodotto dal sommerso, si spera permetterà una fase di emersione, anche se ritengo che senza un vero contrasto (impiegando in modo massiccio la polizia locale) o lo sviluppo di una politica del no-money , la vedo dura che questa possa rappresentare da sola una mossa vincente.

Infine, comprendo nell’immaginario la visione dell’ingegnere o dell’operario coinvolti in questo tema, ma questa è una visione totalmente distorta, il grosso della contrattazione riguarderà invece il settore dei servizi, dove oggi si concentra il 70% dei lavoratori. Negli ultimi anni i lavoratori nel manifatturiero sono sempre diminuiti, vuoi per effetto della recessione, vuoi perché molte delle aziende oggi presenti in Italia restano, perché l’innovazione tecnologica rende inutile spostare la produzione in Cina o Est-Europa, ma al costo di una netta riduzione di personale. Qui però sorgerà un problema: la produttività dei servizi, come ci insegna la teoria economica della “malattia dei costi”, dipende da quella del settore industriale, quindi spetterà alle parti sociali e alla politica trovare un equilibrio che comunque dipenderà in grosso modo anche da fattori esogeni: dal turismo allo sviluppo di particolari tessuti industriali, prodotti spontaneamente e non per effetto di politiche pubbliche, ormai sempre più inutili.




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