Gender pay gap: se sei donna, guadagni di meno

Si chiama gender pay gap e altro non è se non il divario salariale che intercorre tra un uomo e una donna. In Europa si attesta al 16,4%, mentre in Italia si ferma al 7,3%.

C’è chi dice che sostenere la causa delle donne sia un nostalgico retaggio da femministe in pensione. Ma i dati che certificano il divario salariale che intercorre tra un lavoratore e una lavoratrice indispettirebbero (a nostro avviso) anche chi, per il cosiddetto “gentil sesso”, non nutre alcun trasporto particolare. Si chiama gender pay gap e altro non è se non il (mal)costume di retribuire in maniera diversa persone che svolgono le stesse mansioni. Privilegiando – neanche a dirlo – gli uomini.


gender pay gap

image by lculig

 

Una consuetudine che, secondo un dossier realizzato da OpenPolis, in Europa, segna un divario del 16,4%, con punte particolarmente alte in Estonia (dove una lavoratrice guadagna il 29,90% in meno di un suo collega), in Austria (23%) e nella Repubblica Ceca (22,10%). Ma a posizionarsi male è anche la Germania di Frau Merkel che, a parità di mansioni, concede alle donne un salario “depotenziato” del 21,60%.

E l’Italia? Per una volta, il Bel Paese non si classifica tra i peggiori facendo registrare un gender pay gap pari al 7,3%. Meglio di noi hanno fatto, però, la Slovenia dove il divario salariale uomo-donna non è andato oltre il 3,20% e Malta dove si è fermato al 5,10%.

Ma la lente di OpenPolis – che si è comprensibilmente soffermata sulla situazione italiana – ha svelato differenze importanti non solo in termini retributivi. E ha snudato numeri altamente sbilanciati nei più diversi contesti lavorativi. Prendiamo i due rami del Parlamento: alla Camera, il 69,21% degli onorevoli porta la giacca e la cravatta, mentre solo il 30,79% indossa la gonna o il tailleur. E non va meglio al Senato dove le donne rappresentano il 28,25% del totale.

Restando in politica: l’onere di amministrare un Comune è stato concesso, nell’86,73% dei casi, a un uomo; mentre solo il 13,27% dei sindaci nostrani è donna. E non parliamo dei presidenti di Regione che sono, per il 90% uomini e per il 10% donne.

La tendenza dominante resta, insomma, quella di riservare ai “maschietti” i ruoli di comando. Come si evince anche dai dati che riguardano il mondo imprenditoriale: quasi tutte le società quotate in Borsa hanno un presidente uomo al timone, fatta eccezione per un magrissimo 5% guidato, invece, da una donna. E i numeri sono inequivocabilmente sbilanciati anche nei Consigli di amministrazione dove il “gentil sesso” non raggiunge mediamente il 25% del totale.

 



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