Fuga di cervelli: ecco come l’Italia perde le sue migliori professionalità

Negli ultimi 14 anni migliaia di giovani professionalità italiane hanno cercato miglior fortuna occupazionale all'estero. In cambio, il BelPaese ha accolto altrettanti (e più) lavoratori con profili medio – bassi, generando un sostanziale impoverimento del proprio parco di risorse umane. Un fenomeno che sembra esser ben lungi dallo spegnersi, o dall'attenuare le proprie incidenze più negative, e che non può che essere considerato con straordinaria e profonda gravità da parte di tutti coloro che osservano, inermi, la fuga di cervelli all'estero.


Ad “ufficializzare” l'emorragia di alta professionalità italiana è stato, negli ultimi giorni, il Centro Studi del Forum Nazionale dei Giovani che – in collaborazione con il Cnel – ha pubblicato i risultati della ricerca “Dall'Italia all'Europa, dall'Europa all'Italia. Giovani professionisti in movimento”. Lo studio – che fornisce un'osservazione piuttosto attenta sul mondo delle professioni all'interno dei confini europei, approfondendo in che modo i giovani professionisti alimentando i flussi di migrazione nell'Unione Europea – sancisce la debolezza italiana nell'attirare le migliori professionalità internazionali e, ulteriromente, di trattenere quelle già presente nei suoi confini natii.

Prima di comprendere in che modo si materializzi la già ricordata “fuga dei cervelli” dall'Italia all'estero, compiamo un piccolo passo indietro introducendo gli effetti della normativa europea del 2005 (recepita in Italia nel 2007), relativa alla regolamentazione degli spostamenti comunitari per motivi di lavoro. Una normativa che, si legge nelle conclusioni dello studio, avrebbe generato effetti sostanzialmente positivi, inducendo i Paesi a una migliore condivisione delle proprie professionalità. “Ciò dovrebbe indurre la classe politica” – afferma il report – “nelle sedi nazionali e comunitarie, verso una maggiore attenzione alla tematica, con l'ottica di estendere e migliorare il regime del riconoscimento automatico delle qualifiche professionali”.

Per quanto comunque riguarda il caso italiano, una delle maggiori determinanti “colpevolizzate” in merito all'incapacità di trattenere in patria le migliori professionalità, è dettata dalla straordinaria regolamentazione che molti professioni devono subire in via ordinaria. Lo studio ha infatti preso in esame le caratteristiche professionali di architetti, ingegneri, contabili-commercialisti e avvocati (quattro tra le libere professioni più ambite dai giovani laureati italiani), scoprendo che per struttura formativa dei professionisti (durata dei corsi di studio, presenza di tirocini post laurea obbligatori, esemi di abilitazione, vincoli normativi sulle tariffe professionali, e tanto altro ancora), l'Italia è al 31mo posto su 34 nazioni, precedendo unicamente i fanalini di coda Slovenia, Turchia e Lussemburgo. Traducendo la classifica in sostanza più pragmatica, ne deriva che l'Italia è una delle nazioni monitorate ad esser titolare della più elevata regolamentazione in materia di accesso e di conduzione della libera professione, per caratteristiche che, si legge ancora nell'analisi, “ostacolano l'ingresso dei giovani nell'ambito professionale”. Si pensi che solamente meno del 10% degli iscritti agli albi ha meno di 30 anni, con scarsi miglioramenti anche in seguito alle ultime riforme della carriera universitaria.

Tra le professioni con l'età anagrafica media più anziana si distinguono i notai, i medici e i commercialisti: in particolare, tra i notai gli over 40 sono quasi il 90%, mentre gli over 50 sono circa il 50%. E' simile la situazione dei medici, tra i quali gli over 45 prevalgono con tre professionisti su quattro. Ancora peggio (o meglio, a seconda di come la pensiate) per quanto concerne i commercialisti, per i quali più del 70% degli iscritti all'ordine ha più di 40 anni.

Le professioni intermedie tra quelle con gli iscritti più anziani, e quelle – che vedremo tra breve – con gli iscritti più giovani, sono rinvece relative ai consulenti del lavoro e agli architetti, dove gli under 45 sfiorano il 50%.

I professionisti mediamente più giovani sono invece i giornalisti, gli psicologi e gli avvocati: tra i primi, oltre il 25% ha meno di 35 anni, mentre più del 60% ha meno di 45 anni; tra i secondi, gli under 40 sfiorano il 65%; tra i terzi, infine, più di 6 su 10 hanno meno di 45 anni.

Al di là dei dati statistici di cui sopra, a prevalere è soprattutto una scarsa fiducia delle professionalità italiane nei confronti delle possibilità concesse dal Paese, criticato per essere eccessivamente attento alla teoria, e scarsamente concretamente vicino alle imprese e al mondo del lavoro. Lo conferma, ancora una volta, lo studio condotto dal Centro Studi, secondo cui si evidenzierebbe “come la fase attualmente deputata alla formazione pratica dei professionisti, ossia il tirocinio post universitario, presenta notevoli criticità, rischiando in base al rapporto che viene a instaurarsi tra dominus e tirocinante di trasformarsi in un periodo di sfruttamento e prestazione d'opera a basso costo, piuttosto che essere momento di formazione. Infine tra le difficoltà che incontra trasversalmente qualunque giovane si affacci al mondo del lavoro spicca l'impostazione del sistema creditizio, basato su sistema di garanzie reali, spesso inaccessibile per le giovani generazioni”.

“L'analisi effettuata” – prosegue ancora il report – “ evidenzia come la mobilità europea dei giovani professionisti sia un obiettivo su cui continuare a lavorare: la suddivisione tra professioni tecniche e non ha infatti ancora un forte peso nel determinare le possibilità di movimento in ambito comunitario”. In merito, i professionisti maggiormente agevolati nella mobilità europea, con maggiore facilità nel trovare occupazione all'estero, sarebbero i medici e gli architetti; in mezzo alla lista, gli psicologic e i giornalisti; in fondo, alle prese con le più profonde difficoltà nel garantire il proprio accesso internazionale al lavoro, notai, commercialisti, consulenti del lavoro e avvocati.



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