Freelance, Acta: “più consapevoli ma più poveri”. Intervista a Cristina Zanni

Mercato incerto, interventi legislativi "sbagliati" e "non richiesti". Tutti i problemi del lavoro freelance spiegati da Cristina Zanni di Acta.

Diritto di cittadinanza al lavoro indipendente, potenziamento delle attività in rete, per incrementare la visibilità sociale; ma anche, più semplicemente, diritti fondamentali e una rappresentanza forte al lavoro freelance e ai professionisti autonomi. Sono questi gli obiettivi, che l’Associazione Consulenti del Terziario Avanzato (ACTA) sostiene con forza.


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Nata a Milano, ma attualmente diffusa sul territorio nazionale, ACTA si propone di tutelare e valorizzare le attività autonome professionali e in particolare quelle “non regolamentate”, sprovviste di un ordine e/o di una cassa di previdenza, secondo quanto stabilito dall’art. 3 del proprio Statuto; ma ACTA si propone anche come interlocutore, nel dibattito fra lavoratori, organizzazioni e decisori, promuovendo nel contempo un’attività di informazione e di sensibilizzazione su quello che accade, dal punto di vista normativo, ma anche sociale e culturale. Ne abbiamo parlato con Cristina Zanni, membro del Consiglio Direttivo, coordinatrice di ACTA Milano e professionista nel settore delle ricerche socio economiche e dell’orientamento.

Quando nasce ACTA?
ACTA nasce fra giugno e luglio 2004 a Milano, dall’esigenza di lavoratori autonomi che svolgevano professioni diverse e, nonostante ciò, accomunati da problematiche comuni, come il tema del riconoscimento sociale e la questione contributiva. Nel corso del tempo, i punti di contatto fra professionisti diversi sono aumentati e ACTA ha funto da interlocutore nei confronti dei decisori, politici e sindacati, all’interno del dibattito sul quadro normativo di riferimento. Il primo incontro fra ACTA e CGIL, per esempio, è avvenuto al 2005.

Qual è stato lo scopo dell’incontro?
Avevamo raccolto una serie di testimonianze, che avevano messo in rilievo l’esigenza di chiarire temi, come la questione dei contributi. Durante quell’incontro, però, abbiamo notato anche un forte misunderstanding da parte dell’organizzazione sindacale, convinta che l’innalzamento del carico contributivo avrebbe potuto scoraggiare il datore di lavoro ad assumere dipendenti con false partite IVA.

Qual era il punto di divergenza fra ATCA e CGIL?
L’organizzazione sindacale non aveva compreso, che l’innalzamento del carico contributivo non avrebbe scoraggiato il datore di lavoro; questi, al contrario, avrebbe potuto aggirare facilmente la questione e l’effetto sarebbe stato, piuttosto, quello di ridurre il compenso per il lavoratore. La grossa differenza fra lavoro dipendente e lavoro non dipendente, infatti, è data dal fatto che nel primo caso è previsto un compenso minimo, mentre nel secondo no; quindi al datore di lavoro sarebbe bastato ridurre il compenso del lavoratore per mantenere il budget intatto. Ecco perché, secondo ACTA l’aumento dei contributi danneggia i lavoratori autonomi senza scoraggiare le false partite IVA.

Come sarebbe possibile risolvere il problema?
Le false partite IVA sono evidenti. Sarebbe sufficiente effettuare dei controlli per rendersene conto.

Secondo lei, quindi, è fondamentale sottolineare la disinformazione, da parte di chi interviene nel dibattito normativo sulla libera professione.
Sì. Secondo ACTA i decisori hanno una scarsa consapevolezza del problema. In pochissimi, forse solo coloro i quali svolgono un lavoro da freelance, conoscono questa realtà variegata, poco chiara e poco nota a chi, invece, ha affrontato un percorso professionale tradizionale, per come lo si intendeva fino a qualche anno fa.

Può fare qualche esempio?
La questione degli studi di settore, nati per contrastare l’evasione fiscale. Questo strumento si basa sul presupposto, secondo il quale il grado di fatturazione del libero professionista è direttamente proporzionale al trascorrere del tempo; quindi, il libero professionista che fattura una cifra nel 2015, dovrà fatturare una cifra superiore nel 2016. Ma questo non accade regolarmente e questo equivoco ha penalizzato numerosi professionisti.

Quali sono, secondo lei, le lacune normative che impediscono al freelance di esercitare agevolmente la propria attività?
La principale lacuna normativa riguarda la questione della malattia grave: i freelance, infatti, godono di una copertura per la sola malattia domiciliare, per la durata di 21 giorni e per circa 20 euro al giorno. È chiaro, quindi, che pochi mesi di tempo non sono sufficienti per chi deve combattere contro una malattia dal decorso lungo, come nel caso di un tumore. In ogni caso, non punterei il dito contro le lacune normative, quanto piuttosto sugli interventi legislativi inadeguati, peraltro spesso non richiesti, e che hanno avuto l’effetto di peggiorare la situazione. Per esempio, quest’anno entrerà in vigore un pacchetto inedito della Riforma Fornero, che prevede di smascherare le false partite IVA attraverso parametri, come il tempo durante il quale il professionista lavora per lo stesso committente. Secondo ACTA, tuttavia, questo principio è avulso: non coglie il problema e, di conseguenza, non mira a risolverlo. Le aziende, infatti, potranno aggirare ancora una volta l’ostacolo, incrementando il turnover e alternando i collaboratori, a svantaggio del lavoratore autonomo, che non potrà più occuparsi di commesse lunghe e dovrà cercare numerose collaborazioni. Ecco perché, speriamo quasi paradossalmente che la politica dimentichi la nostra categoria.

Qual è il ruolo di ACTA all’interno del quadro europeo?
ACTA fa parte di una rete europea, EFIP, che si occupa del coordinamento delle associazioni europee di freelance. Peraltro, il vicepresidente di EFIP è un membro di ACTA. L’obiettivo comune è fare un quadro della situazione, da portare all’attenzione del Parlamento europeo con le sue affinità, ma anche con le specifiche differenze. Inoltre, ACTA è in contatto con l’associazione newyorkese Freelance Union, con la quale ha individuato alcuni punti di somiglianza, pur con le dovute proporzioni. L’obiettivo è formulare un modello comune, individuare punti di sinergia e capire se, a partire dall’esperienza altrui, è possibile ottenere il diritto di cittadinanza al lavoro indipendente.

Cos’è cambiato per i freelance dal 2004 a oggi?
Il principale cambiamento positivo consiste nella maggiore consapevolezza della nostra categoria; abbiamo superato alcuni stereotipi ed è ormai chiaro all’opinione pubblica che non siamo ricchi evasori. Dal punto di vista normativo, legislativo, previdenziale e fiscale, invece, non ci sono stati cambiamenti positivi. Al contrario: sono aumentate le aliquote previdenziali, non è stata emessa una sentenza definitiva sull’IRAP, sono diminuite le tariffe e si sono allungati i tempi di pagamento.

Chi è il freelance tipo che decide di iscriversi ad ACTA?
È il professionista che si ritrova su temi cari ad ACTA. Per esempio, la questione dell’aliquota contributiva, che pur non accomuna tutti, mostra in che modo l’associazione cerca di intraprendere e interpretare una battaglia importante. Inoltre, il freelance tipo è un utilizzatore abituale di internet. Fino a pochi anni fa prevaleva la fascia d’età fra i 35 e i 55 anni, mentre adesso riscontriamo una presenza forte di freelance molto giovani, concentrati in precedenza più sul contenuto che sul come svolgere la propria professione.

Quanto e come è cambiato questo profilo professionale negli ultimi anni?
Il freelance di oggi è più collegato alle tecnologie, è più in rete: si pensi alle esperienze e agli spazi di coworking. Ed è certamente più consapevole; ma anche più povero e con un futuro meno certo.

Qual è il supporto concreto che ACTA può offrire al freelance?
L’attività principale di ACTA è seguire e informare su quello che accade e che ci riguarda, dal punto di vista legislativo e normativo, cercando nel contempo di influenzare i decisori e facendo sì che essi conoscano la nostra situazione. E tuttavia, l’associazione offre anche un servizio di assistenza e di consulenza e la possibilità di aderire a convenzioni con commercialisti, ticket restaurant, pensioni complementari, assicurazioni e molto altro.

Tre consigli al freelance, italiano, ma anche orientato al mercato europeo e in cerca di un proprio spazio.
Cercare di rimanere in un networking e di non isolarsi, rimanendo osservatori attivi all’interno di un mercato del lavoro in continua evoluzione. Non svendere il proprio lavoro, non svalorizzarlo. Il compenso ne è parte integrante e questo punto dev’essere ribadito con forza: il lavoro è altro rispetto al volontariato. Infine, suggerisco di rimanere aggiornati, sia sul contenuto del proprio lavoro che sulle modalità: per esempio, capire di cosa si occupa il nostro commercialista potrebbe essere importante per interpretare molti aspetti relativi alla nostra professione.




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