Quando una foto può costarci il lavoro

I profili sui social network possono rappresentare degli ottimi biglietti da visita. O al contrario, fare terra bruciata intorno. Ma è giusto dare tanta importanza alla dimensione privata del candidato?

Il caso della giovane newyorkese che ha visto svanire nel nulla l’allettante offerta di lavoro che avrebbe potuto cambiarle la vita sta facendo il giro del mondo. Samantha Chirichella, secondo quanto riferito dagli organi d’informazione americani, aveva superato brillantemente il colloquio di selezione presso uno studio legale di Manhattan che le aveva proposto di entrare a far parte del loro team, come investigatrice privata, dietro un compenso annuo di quasi 50 mila euro. Una somma più che soddisfacente per una giovane professionista che avrebbe potuto iniziare a dare corpo ai suoi progetti di vita. Ma a tradirla è stata una foto postata su Instagram.


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image by pathdoc

Per accertarsi del passo che stava per compiere, il datore di lavoro di Samantha avrebbe, infatti,  pensato di consultare il suo profilo sul social network. Dove ha scovato uno scatto che ha finito per costarle il posto di lavoro. La foto – che risale a tre anni fa – ritrae, infatti, Samantha in atteggiamenti intimi, intenta a baciare e farsi baciare il seno da una donna sdraiata accanto a lei su un letto. Un’immagine non “convenzionale” che, stando a quanto riferito, avrebbe indotto il datore di lavoro a fare retromarcia sull’assunzione della donna. La quale, dal canto suo, ha deciso di appellarsi alla Corte Suprema di Manhattan ravvisando gli estremi di un comportamento discriminatorio. Secondo Samantha, infatti, lo studio legale presso il quale avrebbe dovuto iniziare a lavorare ha scelto di “scartarla” per via dei suoi orientamenti sessuali. Non solo: per rendere più robusta la sua difesa, l’investigatrice privata ha aggiunto che lo scatto “incriminato” non può considerarsi pornografico, ma semmai artistico. Tant’è vero che – ha dichiarato – è stato esposto nella galleria gestita dall’amica artista (la stessa che comparirebbe nell’istantanea) che fa la fotografa di professione.

Fin qui la cronaca di una vicenda che – c’è da scommetterci – continuerà ad appassionerà l’America (e non solo). Non fosse altro perché pone al centro della scena l’omosessualità di una donna che non sembra tradire particolare pudore. Ma la storia di Samantha fornisce il pretesto per ribadire, una volta di più, quello che abbiamo già rilevato sulle moderne forme di reclutamento. Che, come è ormai chiaro a tutti, passano anche dai social network. I selezionatori non si accontentano più di sondare le competenze dei candidati in sede di colloquio e scelgono, sempre più spesso, di completare il quadro sul loro conto consultandone i profili sui social. La citazione di un poeta o la condivisione di una petizione sui diritti civili possono far guadagnare punti. Mentre al contrario una foto sconveniente, che mostra magari il lato più “sbracato” del candidato, può costargli l’assunzione. Come nel caso di Samantha.

Per allertare sulla potenziale “pericolosità” dei social network in ambito lavorativo, abbiamo riportato i dati di uno specifico studio condotto dall’Adecco. E realizzato un video che mostra ciò che può passare per la testa di un selezionatore che ha già fatto la nostra conoscenza attraverso facebook. Ma agli stessi reclutatori dovrebbe forse essere ricordato che l’esistenza di un individuo non può considerarsi esaurita nella dimensione lavorativa. E che i momenti di “evasione” che, di tanto in tanto, è salutare e fisiologico concedersi non dovrebbero inficiare (salvo casi estremi) l’opinione che ci si è fatta del candidato in sede di colloquio. Soprattutto quando ha dimostrato competenza e preparazione. I social network possono far suonare un campanello d’allarme sull’affidabilità della risorsa, ma la prova sul campo resta, a nostro avviso, l’unica via da percorrere per diradare ogni dubbio.



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