#FertilityDay, quando al colloquio la domanda è: “Ha intenzione di fare un figlio?”

Sul #FertilityDay si sono scatenate diverse proteste. Una di queste riguarda la difficoltà delle donne che vorrebbero diventare madri nell'ottenere un posto di lavoro. Al colloquio infatti può capitare di sentirsi chiedere "ma lei ha intenzione di fare un figlio?"

Questa settimana è stata “quella” del #FertilityDay, un’iniziativa voluta dal Ministero della Salute, che non ha mancato di generare una serie di polemiche anche molto pesanti.  Una di queste è stata sicuramente quella che ha riguardato la questione del mettere al mondo un figlio associata alla carriera lavorativa femminile, ma prima ancora al “mero” posto di lavoro occupato (o meno) da una donna. Se è infatti vero che il gender pay gap non è ancora stato annullato (gli uomini a parità di ruoli e mansioni guadagnano ancora più delle donne, in media) e se è altrettando vero che la maternità, interrompendo l’attività lavorativa è un indubbio svantaggio per la carriera di una donna (anche se non dovrebbe esserlo), spesso per una donna un problema, o meglio, IL problema, si presenta ancora prima di intraprenderla una carriera.


#FertilityDayNon sono state poche infatti le segnalazioni in rete sull’argomento, sotto forma di protesta contro il #FertilityDay, di fatto un incoraggiamento alle donne a fare figli, unito ad una campagna di prevenzione ed informazione, così come spiegato dal Ministro Lorenzin. Una protesta nata dal fatto che non è raro che una delle prime cose che ad una donna in “età da figli” viene chiesta ad un colloquio di lavoro è se abbia intenzione o meno di avere un bambino. Ora, se per chi un lavoro ce l’ha, nel caso una simile situazioni si verifichi, si tratta di fare una scelta (comunque ardua) tra il puntare sulla carriera o sulla famiglia, per chi un lavoro non ce l’ha, o non ce l’ha più, tale scelta è ancora più complicata e profonda.

Perché, oggettivamente, le donne a cui viene rivolta questa domanda in sede di colloquio, subiscono un’invasione della loro sfera privata che nulla ha a che vedere con le loro eventuali prestazioni lavorative. E’ pur vero che un’azienda deve pensare ai propri interessi ma… una donna,  potrebbe non volere figli (e quindi non assentarsi per mesi dal posto di lavoro) ma essere una totale fannullona e non produrre nulla o quasi pur timbrando regolarmente il cartellino, come potrebbe invece avere l’irresistibile desiderio di  diventare madre, ma al contempo essere una lavoratrice coi fiocchi ed ottenere risultati strabilianti anche dopo l’interruzione lavorativa causa maternità.

Premesso questo, a quanto si è riuscito a capire dai vari organi di stampa e social network, la polemica sul #FertilityDay è nata da una perlomeno scarsa o addirittura mancata accettazione del concetto di  incoraggiare le donne a diventare madri, quando A) la situazione economica non è certo delle migliori, e non lo è da ormai da diversi anni B) una maternità in alcuni casi potrebbe addirittura far rischiare il posto di lavoro a chi ce l’ha, oltre a generare un impedimento ad ottenerlo a chi è disoccupata. C) Dati il punto A e il punto B, non fare figli per una donna potrebbe essere più un obbligo dettato dalle contingenze che una scelta vera e propria.

Ora, bisogna essere chiari: un popolo a nascite zero è un popolo destinato a scomparire. Ed è certo un compito primario di qualsiasi Governo combattere (anche mediaticamente) la tendenza al calo delle nascite, per qualsiasi ragione essa si verifichi. Da questo punto di vista, il Ministero della Salute può anche aver posto il problema nel modo sbagliato, o comunque in una maniera poco gradita ai più. Ha però indubbiamente fatto bene a porlo.

Detto questo, alle iniziative di sensibilizzazione, informazione, prevenzione e via dicendo, guardando il lato lavorativo della vicenda, andrebbero uniti provvedimenti concreti che aiutino le aspiranti mamme a diventare tali, godendo di tutta la gioia che una bimba o un bimbo possono portare all’interno di un nucelo familiare, ma con qualche preoccupazione “di vita” in meno. Questo per fare in modo che, nel decidere se affrontare o meno una maternità, non debbano tener conto anche del rischio di doversi scontrare con la fatidica domanda: “ma lei ha intenzione di fare un figlio?”, e magari di vedersi negare, conseguentemente alla risposta, un posto di lavoro, proprio a causa della loro scelta di diventare madri.

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