Ferie non godute: cosa dice la legge e quanto si può ottenere

Cosa dice la legge sulle ferie non godute e quanto è possibile ottenere dal punto di vista economico

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Le ferie non godute fanno parte di un intricato sistema normativo che cerca di disciplinare le modalità e le tempistiche con cui il lavoratore può andare in riposo e, di conseguenza, la possibilità di ritardare la fruizione delle ferie all’anno successivo, o procedere alla loro monetizzazione. Cerchiamo dunque di comprendere quale sia la normativa in vigore sul fronte delle ferie non godute, e scopriamo se convenga effettuare la fruizione di tutti i giorni di ferie, o sia più utile farsele monetizzare.


Ferie non godute e d.lgs. 66/2003

Le ferie non godute sono disciplinate dal d.lgs. 66/2003, che ne regolamenta alcuni aspetti. Di particolare importanza è l’art. 10, secondo cui “fermo restando quanto previsto dall’articolo 2109 del Codice civile, il prestatore di lavoro ha diritto a un periodo annuale di ferie retribuite non inferiore a quattro settimane. I contratti collettivi di lavoro possono stabilire condizioni di miglior favore”, e secondo cui “il predetto periodo minimo di quattro settimane non puo’ essere sostituito dalla relativa indennita’ per ferie non godute, salvo il caso di risoluzione del rapporto di lavoro.”.

Ferie non godute: i tempi di fruizione

In altri termini, la legge prevede per il lavoratore un minimo di 4 settimane di ferie all’anno: di queste 4 settimane, 2 devono essere godute nell’anno di maturazione, mentre le altre 2 devono esser necessariamente fruite entro i 18 mesi successivi al termine dell’anno di maturazione. Superati i 18 mesi le ferie non potranno più essere utilizzate, né pagate: entro i 18 mesi, il lavoratore potrebbe invece chiedere la monetizzazione delle giornate di ferie non godute, ma solamente se ne ricorrono i requisiti, generalmente legati alla risoluzione del contratto di lavoro (quindi, alle dimissioni, al licenziamento o al termine del contratto) o, in alternativa, a specifiche decisioni assunte in intesa con il proprio datore di lavoro.

Se quanto sopra è assodato, ne deriva che per il lavoratore il 30 giugno di ogni anno è un momento particolarmente importante per cercare di fare il punto del proprio “monte ferie”. Il 30 giugno dell’anno n+1, ad esempio, scadranno le ferie relative all’anno n-1, e così via. Entro tali date bisognerà esercitare la fruizione delle ferie o, di contro, richiedere al proprio datore di lavoro l’eventuale monetizzazione, qualora ne ricorrano le ipotesi.

La legge prevede inoltre una disciplina parzialmente diversa per quanto concerne i permessi non goduti. L’azienda in questo caso ha infatti l’obbligo di pagare tutti i permessi non goduti entro il 30 giugno dell’anno successivo alla scadenza, che generalmente coincide con la fine dell’anno in cui i permessi sono stati maturati.

Divieto di monetizzazione delle ferie durante il rapporto di lavoro

A conferma di quanto sopra, emerge il fatto che i d.lgs. parlano piuttosto chiaro, introducendo da tempo un espresso divieto di monetizzazione delle ferie durante il rapporto di lavoro, in un’ottica di tutela nei confronti del lavoratore, per il quale le ferie sono uno strumento per poter salvaguardare il proprio diritto alla salute, senza che questo possa essere “compravenduto” attraverso la monetizzazione.

Considerato quanto sopra, appare chiaro come vi possano essere delle ridotte eccezioni. Se infatti al dipendente sta per scadere un contratto a tempo determinato, lo stesso potrebbe eventualmente decidere di non godere delle ferie che ha a disposizione: solamente in questo caso otterrà la monetizzazione dei giorni di riposo non goduti che, dunque, risulta essere limitata alle poche ipotesi di dimissioni o di licenziamento. In tali fattispecie, infatti, il “riposo” scatterà potenzialmente al termine del rapporto di lavoro e, dunque, non appare pregiudicato il ricorso alla monetizzazione delle ferie che il dipendente potrebbe non fare in tempo a godere.

Cosa succede quando le ferie non sono godute entro i limiti massimi

A questo punto, al fine di comprendere meglio quali siano le conseguenze di un comportamento “tardivo” nella fruizione delle ferie, giova sintetizzare che cosa accada nell’ipotesi in cui i riposi non siano fruiti entro i limiti massimi.

Se infatti per qualche motivo il lavoratore non riesce a godere delle ferie previste entro il periodo massimo, il datore di lavoro si troverà nella condizione di dover versare obbligatoriamente i contributi relativi al compenso che spetta per le ferie non godute, aggiungendo un compenso che corrisponde alla retribuzione del mese successivo a quello di scadenza delle ferie.

Una simile situazione non è certamente molto felice per il datore di lavoro, che si trova a doversi far carico di uno sforzo aggiuntivo in ottica contributiva. Ed è proprio per questo che le aziende sono generalmente molto attente nel far smaltire nei tempi e nei modi previsti le ferie dei propri dipendenti. In aggiunta a quanto sopra, la legge prevede delle sanzioni per quei datori di lavoro che non riescono a far rispettare i tempi di godimento delle ferie, con “multe” che vanno da 100 euro a 4.500 euro a seconda di quanti lavoratori interessi la violazione.

 




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