Farsi vincere dalle emozioni al lavoro: non è sempre un male

Reagire emotivamente ad un insuccesso può essere produttivo. Impariamo la "grammatica delle emozioni" ed utilizziamola con criterio e consapevolezza

E’ meglio prendere le decisioni col cuore o con la mente? Dipende. Se è vero che, in determinati casi, è salutare lasciarsi trasportare dai sentimenti e porre un freno alla razionalità che rischia di farci vivere a metà; è altrettanto vero che, in situazioni di pericolo, può rivelarsi salvifico accendere il cervello. Chi si fa vincere dalle emozioni viene spesso considerato un debole, una persona destinata a soccombere e a non primeggiare mai. Ma non è sempre così. Anzi: avere consapevolezza dei propri stati emotivi può aiutare parecchio, anche al lavoro. Non ci credete? Le scoperte di alcuni studiosi che hanno indagato sull’argomento potrebbero convincervi del contrario.


Reagire emotivamente a un fallimento può fare bene

Ad approfondire la questione sono stati i ricercatori dell’Università del Kansas, dell’Università dell’Ohio e della Stanford Graduate School of Business, che hanno posto l’accento sull’impatto che le reazioni emotive e cognitive possono avere al lavoro, quando “si inciampa” in un insuccesso. Cosa ne è venuto fuori? Che snudare le emozioni, dopo un fallimento, può rivelarsi più produttivo ed efficace di quanto si possa pensare. “Credo che le persone resterebbero sorprese nello scoprire che stare male, per via di un fallimento, può migliorare le loro prestazioni al lavoro più di quanto non possa farlo pensare razionalmente al fallimento stesso – ha spiegato Noelle Nelson, assistente universitaria alla Kansas University e co-autrice dello studio – I tipi di pensieri che la gente tende a partorire, e che li porta a razionalizzare troppo gli insuccessi, sono a volte controproducenti”. 

Di più: “Persone come i dirigenti di azienda e gli insegnanti dovrebbero essere in grado di spiegare ai loro dipendenti e agli studenti l’importanza della reazione emotiva ai fallimenti – ha aggiunto la studiosa americana – e precisare come essa, se tutto va bene, può aiutarli a migliorare il modo in cui prenderanno le loro decisioni future”. I risultati dell’indagine condotta in America non devono però trarre in inganno: scoppiare a piangere, davanti ai colleghi, per colpa di un insuccesso, resta un’opzione sconsigliata ed una scelta inopportuna. Ma di contro, anche tendere a razionalizzare sempre tutto e a non dare mai voce alle pulsioni più intime ed incontrollate può rivelarsi un grave errore. E allora? Bisogna familiarizzare con l’idea che, anche in un contesto formale come quello lavorativo, è possibile dare spazio alle proprie emozioni. Che non devono essere soffocate (salvo casi estremi), ma riconosciute ed accettate. E se possibile, gestite in maniera consapevole, in modo che si possano trarre insegnamenti preziosi per il futuro.

L’importanza della consapevolezza emotiva

E’ una teoria sostenuta, tra gli altri, anche dall’esperto di Risorse Umane e di tecniche di coaching e di training, Daniele Trevisani. Secondo cui le energie mentali diminuiscono o si esauriscono, quando l’individuo non è consapevole degli stati emotivi che sta vivendo; mentre tendono ad aumentare, quando lo stesso individuo acquisisce consapevolezza degli stati emotivi che sta sperimentando (della loro tipologia ed intensità) e manifesta buone capacità nel riconoscere le emozioni e nel dare loro un nome. “E’ incredibile che nella scuola si impari a calcolare la radice quadrata o la circonferenza di un cerchio, già dalle elementari – ha evidenziato Trevisani, nel suo libro “Il coraggio delle emozioni” – e non si imparino nemmeno i nomi e le etichette da dare alle emozioni, agli stati esistenziali che circolano dentro, a come ci ‘sentiamo’, a dare un senso al nostro impegno, a trovare uno scopo alto, nobile, coraggioso, della vita. L’alfabetizzazione alle emozioni diventa un nostro strumento, un meta-traguardo nobile, pregiato, un mezzo che permette poi di raggiungerne molti altri”.

Secondo l’esperto, occorre imparare a riconoscere le proprie emozioni e prenderne consapevolezza perché “gestire le proprie emozioni – ha spiegato Trevisani – precede la capacità di gestire le persone“. Da qui la possibilità di puntare sulla “leadership emozionale (o emotiva)”, che prende le mosse dalla capacità di attingere alle proprie risorse emozionali per coordinare e guidare team di lavoro e portare a termine progetti più o meno importanti. La leadership emotiva consente di attivare flussi di comunicazione interna, diadica e gruppale – ha precisato il formatore italiano – nei quali le componenti legate alle emozioni smettono di essere considerate ‘accessori’, per divenire pilastri portanti di una comunicazione di qualità. Tramite la formazione, è possibile affinare le tecniche e capacità del dialogo emozionale, sia interno che esterno, per migliorare sensibilmente le proprie capacità relazionali”. Imparare la “grammatica delle emozioni” e farne buon uso ci permetterà, insomma, di vivere meglio con noi stessi e con gli altri. E, con ogni probabilità, ci procurerà robuste soddisfazioni anche al lavoro.




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