Fare gli artisti nel Paese dell’Arte: intervista alla pittrice animalista Alekas Ghirsen

Alessandra Ghisleni, in arte Alekas Ghirsen, laureata all’Accademia di Brera come architetto scenografo, un passato in Rai e Mediaset ai massimi livelli, ha prestato la sua opera a trasmissioni come Viaggio nel tempo, Ciao Darwin;  ma “la mia passione – ci ha ripetuto almeno una decina di volte in poche ore – sono i cartoni animati”. Ed infatti la sua talentuosa mano è finita in “lavoroni” come “La gabbianella e il gatto”, “La freccia azzurra” e l’indimenticato ed indimenticabile Cocco Bill. Ma partiamo dalla tv.


Da scenografa che eri, da qualche anno ti sei reinventata pittrice, perché? Non ti piaceva quello che facevi?

Al contrario, è stato il lavoro a cambiare, o meglio, a non esserci più o quasi. Nel 2001 iniziò a cambiare il sistema. Nacquero una miriade di aziende e di società con scenografi  interni. Io in Rai ero a partita Iva, il lavoro non era più garantito, anche se non avrei mai pensato di fare la pittrice.

Come hai vissuto il cambiamento?

Beh, di sicuro è stato problematico, anche perché il passaggio non è stato immediato. Dal 2001 al 2004, visto che comunque dovevo mangiare in qualche modo, ho fatto un sacco di lavori, tra questi anche la cuoca. Sono passata dal sentirmi dire buongiorno architetto a pelare le patate. Certo, all’inizio è stato traumatico, non perché m’interessasse particolarmente il sentirmi chiamare architetto, ma perché tutto il mondo in cui fino a quel momento avevo vissuto è cambiato, di colpo.

Già, è una cosa che negli ultimi anni con la crisi è accaduta a milioni di persone. E poi cosa è successo?

Lo so e la capisco bene, anche se io l’ho vissuta in una situazione generale differente. Io tra l’altro ho sempre lavorato, da una parte o dall’altra, quindi  per certi versi mi ritengo e devo ritenermi  fortunata. Cosa è successo?  Che nel 2005 entrai in una crisi nera, a causa della morte di Maraute, il mio pastore tedesco di 12 anni. Paradossalmente da ciò che accadde dopo trovai l’ispirazione.

E cioè?

Mio marito fu più lungimirante di me. Soffrii così tanto per la morte del mio cane che m’imposi di non averne mai più un altro, infatti lui un giorno me ne fece trovare uno in casa. Maraute 2° fu la svolta; mi misi ad osservare l’interazione tra lui e i miei (molti, Nda) gatti. Uno di loro, Mirò, prese l’abitudine di “salire” su Maraute 2° e fargli dei “massaggini”, tra l’altro molto apprezzati dal nuovo peloso. A quel punto mi chiesi, perché non creare un mondo parallelo popolato da questi personaggi? Iniziai così a dipingere. Parallelamente a questa nuova attività nacque il personaggio di Madame Cat, ispirato ad un animale vero, una una gatta con il pelo tutto bianco e il nasino rosa che va all’insù, bella in carne e tanto, tanto saggia.

Che temi affronti nelle tue opere?

C’è un forte richiamo all’animismo, inteso nel senso di animali che fanno cose tipicamente umane. Ho voluto creare un mondo dove gli animali sono perfettamente coscienti e vivono la loro vita, proprio come noi esseri umani. La loro casa è la Fattoria Trastullolà. Faccio tutto questo per aiutare i pelosi più sfortunati, ma ho l’ardire di pensare che sia anche una buona strada da percorrere per insegnare ai bambini il rispetto degli animali e più in generale dell’intera natura, visto che ci viviamo dentro.

E come va?

Beh, a dire il vero è difficile, ho anche tentato anche la via del merchandising ma pare che quando si tratta di animalismo, le cose, non si sa perché, non partano mai. Eppure i riscontri positivi non sono mai mancati, anche a livello di collaborazione con le istituzioni locali, proposte di mostre e via dicendo.

Ma qual è secondo te lo stato dell’arte in Italia?

Noi siamo il Paese del Rinascimento, abbiamo raggiunto il massimo possibile per quanto riguarda la cultura, però secondo me, dagli anni 60 del secolo scorso siamo rimasti un po’ bloccati. Ai tempi, tra l’altro avevamo artisti come Laganà e Perugini, per citarne solo due,  che ti facevano vere e proprie opere d’arte senza mezzi né economici né tecnologici. Se andassimo avanti, mi chiedo, dove potremmo arrivare?

Quanto è difficile riuscire a fare gli artisti nel Paese dell’Arte?

Non poco se devo dirla tutta. Ci sono diversi problemi: esterofilia, individualismo, mancanza di creatività, il fatto che l’artista sia ormai più uno status che un mestiere ed invece dovrebbe ritornare ad essere tale…

Esterofilia? Individualismo?

Sì. Se hai fatto un’esperienza all’estero solitamente, qui in Italia, vieni più considerato che se hai lavorato “solo” tra le mura domestiche, per così dire. Questo indipendentemente da che cosa hai realmente fatto in un paese straniero. Magari hai fatto il cameriere, ma se qualcosa attesta che hai fatto l’artista, allora spesso è come se avessi una marcia in più. All’estero invece è il contrario, credo giustamente, a parità di qualità del lavoro. Per quanto riguarda l’individualismo invece, la cosa va anche oltre, c’è addirittura la possibilità che se proponi un progetto ad un altro artista questo, letteralmente, te lo freghi. Non si collabora, anzi, si cerca di prevalere, non so perché sia così, e ovviamente non è che sia sempre in questo modo, però è un problema che esiste.

E come se ne esce? C’è qualche possibilità o siamo condannati ad avvitarci su noi stessi in eterno?

Certo che c’è! La tecnologia ha parificato le possibilità. Come dicevo prima, chiunque può ormai darsi lo “status” di artista. Per esporre da qualche parte poi, spesso basta pagare. Però, ci sono cose che fanno e faranno sempre la differenza: la creatività, il talento, l’intuizione. Tutte caratteristiche tipiche e necessarie di chi un artista lo è per davvero. Quelle, o ce le hai o non ce le hai. Sono quelle a renderti un soggetto unico ed inimitabile. Facendo l’esempio su me stessa, che io dipinga un quadro a mano, o utilizzi gli ultimi (straordinari) programmi per pc per realizzare una mia opera, dal punto di vista dell’unicità, è ininfluente. Ciò che conta è l’idea, quella che hai solo tu e che realizzi come solo tu sai e puoi fare. La discriminante tra chi è un artista e chi non lo è, sta tutta lì. E, aggiungo io, se i tuoi lavori sono di qualità, non sono “scopiazzati”, e dentro ci hai messo la passione, prima o poi, emergi. Magari non diventi ricco, però il nome te lo fai. Da lì in poi, guadagnare, diventa una questione anche imprenditoriale. Ma con tanto, tanto impegno e una certa dose di fortuna ce la si può fare.

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