Fare gli artisti nel Paese dell’Arte: dj Cloned In Vatican

Il dj può essere considerato un artista? Prima d’intervistarlo glielo abbiamo chiesto e Dj Cloned in Vatican ci ha convinto rispondendoci così: “Manipolando i suoni devi riuscire a creare qualcosa in grado di  stupire la gente, l’artista è quello. L’arte sta nel non spezzare mai il ritmo, nel far rimanere emozionato il pubblico, interagire con esso. Se dalla pista escono in 10, ne devono rientrare 50. La musica e’ una forma di comunicazione, spesso nei live set e nei dj set si capisce se sei triste o felice e questo influisce anche sul pubblico che hai davanti: questa è una responsabilità pesante perché non devi far crollare la pista con i tuoi umori. Alla fine è come dipingere un quadro, disco dopo disco tu dipingi davanti agli altri il tuo punto di vista, poi il pubblico decide se hai fatto o meno un bel quadro”. Per il nostro speciale sugli artisti , questa settimana abbiamo intervistato Gregorio Assandri, poco più che trentenne ma con una già lunga carriera alle spalle. Quali e sono le possibilità per un dj, per giunta concentrato su produzioni indipendenti ed in un settore musicale di nicchia di emergere in Italia? E soprattutto, quante sono queste possibilità, rispetto ad un Paese estero? Ecco cosa ci ha detto dj Cloned in Vatican.


Quando hai iniziato e come?

Ho cominciato nel 2001, con una console comprata con i soldi guadagnati lavorando in fabbrica. Due amici mi hanno introdotto durante una festa, mi hanno detto “prova” e io ho provato. Poi hanno iniziato a chiamarmi quando ho iniziato a  personalizzare il suono, soprattutto  concentrandomi su musica diversa che, grazie alla rete, sono riuscito a conoscere, e anche grazie ai negozi di dischi che ho frequentato a Milano, che hanno allargato  di molto i miei orizzonti.

Ti pagavano? E quanto?

100 euro a sera ai tempi. Ora il prezzo base credo sia 50 euro a meno che tu sia un “guest”. E’ comunque un ambiente molto complicato. Salvo che uno non sia parecchio intraprendente e sappia contrattare, o abbia molta esperienza, dubito che si possa arrivare a guadagnare più di 150 euro a sera. Se uno ti dice che guadagna di più nel 90% dei casi è molto facile che menta spudoratamente.

Andiamo sul pratico, che possibilità ha un dj self-made di emergere, o comunque di campare in Italia?

Ci sono diverse possibilità, le discoteche e i club, molti contatti, quelli contano tanto, molta intraprendenza, non trascurare la dimensione social, personalizzare il suono. Se poi il dj è anche un  “producer”, deve saper  ovviamente  creare delle buone produzioni. Io parlo dei club, e ti dico che è un ambiente complicato. Quello che ho notato in tutti questi anni è la tendenza dei club italiani ad essere abbastanza esterofili.

Vale a dire?

Che chi ingaggia i dj, troppo spesso cerca all’estero, chiama artisti da Germania, Francia, Inghilterra,  bravissimi, niente da dire.  Quello che ho notato è però la tendenza ad ignorare bellamente molti colleghi italiani bravissimi, che a loro volta sono di fatto costretti ad andare all’estero per suonare la loro musica e guadagnare qualcosa.

Mi stai dicendo che in Italia chiamano dj stranieri e all’estero quelli italiani?

Non proprio, così come l’hai detta è vera solo la prima parte. All’estero chiamano “anche” i dj italiani, ma valorizzano al massimo le produzioni e gli artisti locali, cosa questa, che invece in Italia per come conosco io l’ambiente è quasi inesistente. Paradossalmente, nella maggior parte dei casi, se hai lavorato all’estero, è più facile che ti chiamino in Italia. E’ capitato anche a me. Si fanno ragionamenti del tipo “Ehi, quello ha suonato a Parigi, allora è bravo” e ti chiamano, oppure “ha prodotto qualcosa su questa grossa etichetta (estera), quindi è bravo”. Poi, qui, è diverso anche il lavoro.  

In che senso?

All’estero non solo ti pagano di più ma, cosa ancora più importante, ti fanno fare il lavoro che devi fare e basta, non ad esempio, il pr. Questo perché il dj e’ visto come un professionista, nel suo campo. Qui purtroppo e’ diverso. Se esci dall’Italia, devi saper intrattenere il pubblico per tutta la serata, magari ti capita che devi  suonare sei ore, non una e mezza-due, come da noi. Anche le direzioni artistiche italiane alcune volte lasciano a desiderare, ed è un problema pesante, di cui il settore stesso si lamenta parecchio. E poi c’è un altro, problema, prettamente culturale, che io vedo in Italia pesantemente e molto meno quando ho a che fare con artisti esteri.

Che tipo di problema culturale? A livello musicale dici, o cos’altro?

No, il fatto è che in Italia c’è troppo individualismo e troppa tendenza a criticare il lavoro degli altri. Si fanno pochi progetti, molto circoscritti e settari. Ti faccio un esempio chiarissimo: la dance anni 90, ha avuto il successo che ha avuto  anche perché  gli artisti lavoravano “tutti insieme”. Ora non è più così. Alcuni artisti sudamericani, per fare un altro esempio, si scambiano i dischi; ognuno “remixa” quelli di altri artisti e cosi si sostengono a vicenda. In Italia invece c’e’ troppa tendenza a far tutto da soli ed a prevalere in maniera implicita sugli altri. Poi c’è anche da dire che da noi i dj sono visti come ricchi e fannulloni. E’ come se fosse uno status, ma non e’ cosi. Saranno in tre a potersi permettere di viaggiare in jet privato, la stragrande maggioranza del settore è pesantemente precario, e non so quanti si possano “vantare” di fare solo questo di lavoro, a mio avviso molto pochi.

Insomma, è  anche un problema d’immagine

Esatto, nessuno o quasi in italia vede i dj come dei veri e propri professionisti. Invece, io se non dormo ascolto musica, qualunque cosa faccia. Bisogna sempre essere aggiornati, bisogna studiare. Mi ci vogliono  parecchi giorni per ragionare su un set, e per non suonare la stessa  musica  in date diverse.

Ma come si fa a farsi conoscere oltre le mura del Bel Paese?

Beh, la rete ormai è fondamentale. Per Il nostro progetto, Irregular Disco Workers (irregular worker significa precario, Nda), abbiamo usato canali specifici.

Nostro? Allora tu un progetto ce l’hai, di cosa si tratta?

Lavoro da qualche tempo con un ragazzo abruzzese, Andrea Frittella.  Abbiamo sonorità vicine alla disco, la chiamano nu-disco, un genere emerso soprattutto negli ultimi anni, grazie ai dj e ai produttori del Nord Europa. Ha anche una sua piccola scena in Italia. Entrambi uscivamo da un progetto, abbiamo iniziato a produrre insieme e abbiamo pubblicato i nostri lavori su Soundcloud, che e’ una sorta di social network per dj, tra i piu’ utilizzati. Le cose sono andate bene e hanno iniziato a chiamarci alcune etichette estere, poi la cosa e’ risuonata pian piano anche in Italia. Appunto, si sono accorti di noi prima all’estero e poi qui, attraverso i nostri lavori.

Irregular Disco Workers, un nome evocativo per degli italiani, dove avete suonato fino ad ora?

Parigi, Mosca, e poi, l’estate prossima faremo un tour in Messico. In Italia invece a Verona e Firenze. Purtroppo anche le radio non ti danno nessun supporto se sei un indipendente, perché generalmente fanno solo musica commerciale e cmq le vecchie major hanno ancora  il loro peso  sulle radio italiane, mentre le radio via internet, tendenzialmente più settoriali, sono una possibilità di promozione. Al contrario di ciò che accade in Italia, molte radio estere ci scrivono  anche per suonare i nostri pezzi e chiederci i promo.

Quindi il vostro guadagno arriva soprattutto da fuori?

Per ora sì, però voglio precisare che anche se sappiamo che è difficile, noi con Irregular Disco Workers  speriamo di fare un po’ di date anche in Italia, perché, semplicemente, amiamo il nostro paese.

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