Evasione fiscale: per Cgia, non è correlata all’uso del contante

Gli italiani costretti a utilizzare il denaro liquido in maniera contingentata non evadono di meno. Ne è convinto l'Ufficio Studi della Cgia di Mestre

Tra le misure introdotte nella nuova legge di Stabilità, c’è quella che rialza l’asticella che segna l’utilizzo consentito del contante. Se fino a ieri, infatti, il signor Rossi poteva spendere un massimo di mille euro in moneta sonante, da domani  ne potrà spendere 3 mila. La misura ha già calamitato le “scomuniche” di chi sostiene, da sempre, che la “razionalizzazione” della tracciabilità coincide con l’aumento dell’evasione fiscale. Ma è davvero così? Secondo la Cgia di Mestre, non proprio. Stando ai calcoli dell’associazione, ci sarebbe anzi una scarsa correlazione tra l’utilizzo del contante e il dilagare dell’evasione fiscale.


Su e giù dell’evasione fiscale

Le elaborazioni dell’Ufficio Studi della Cgia hanno rilevato che, tra il 2000 e il 2005, l’andamento dell’evasione fiscale, in Italia, è stato altalenante. Nel 2006 si è, invece, registrato un incoraggiante calo che è proseguito (seppur in maniera non continuativa) fino al 2010. Ed è proprio il 2010 l’anno che sembra dare conforto alla teoria dei tecnici di Mestre perché alla riduzione dell’uso del contante (passato dai 12.500 ai 5 mila euro) non è corrisposto un calo dell’evasione fiscale che è, anzi, significativamente salita. Da qui la deduzione: anche se agli italiani si chiede di limitare l’uso delle banconote, non significa che essi evadano di meno. E non si trascuri il fatto che ben 11 Paesi dell’Unione europea non impongono alcun limite all’uso del denaro liquido. E tra questi compaiono Stati come i Paesi Bassi e il Regno Unito che vantano tassi di evasione fiscale bassi (rispettivamente del 9,1 e 9,7%). Mentre la Grecia, che ha imposto ai suoi cittadini di tenere nel portafogli massimo 1.500 euro, ha un tasso di evasione pari al 23,6%. E non va meglio in Italia e in Portogallo dove il limite dei mille euro non è riuscito a tenere a bada l’evasione che è svettata rispettivamente al 21,1% e al 19%.

Un popolo di unbanked

E c’è un altro interessante aspetto che lo studio della Cgia ha messo in rilievo, quello che riguarda il boom italiano di massa monetaria circolante. In pratica: nel Bel Paese, la mole di banconote utilizzate è andata sempre più crescendo fino al record di 164,527 miliardi di euro rilevato nel 2014. Il che non vuol dire – come è facile intuire – che quello italiano sia uno dei popoli più facoltosi d’Europa. Anzi. Il diffusissimo uso del contante – ha spiegato Paolo Zabeo della Cgia – è correlato al fatto che in Italia ci sono quasi 15 milioni di ‘unbanked ovvero di persone che non hanno un conto corrente presso una banca. Un record non riscontrabile in nessun altro paese d’Europa. Non avendo nessun rapporto con gli istituti di credito, milioni di italiani non utilizzano alcuna forma di pagamento tracciabile, come la carta di credito, il bancomat o il libretto degli assegni. Questa specificità tutta italiana – ha aggiunto Zabeo – va ricercata nelle ragioni storiche e culturali ancora molto diffuse in alcune aree e fasce sociali del nostro Paese. Non possiamo disconoscere che molte persone di una certa età e con un livello di scolarizzazione molto basso preferiscono ancora adesso tenere i soldi in casa, anziché affidarli a una banca. Del resto, i vantaggi economici non sono indifferenti, visto che i costi per la tenuta di un conto corrente sono in Italia i più elevati d’Europa”. 




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