Donne: laureate, meno pagate e più precarie

Nel nostro Paese così come nell’UE, l’università si sta sempre più femminilizzando. Le donne che si laureano annualmente sono ormai la maggioranza, terminano i loro studi in tempo e con ottimi voti nei corsi sia triennali e sia magistrali.

Nonostante questi dati gli uomini dopo qualche anno dalla laurea riescono a trovare lavoro in tempi più brevi rispetto alle loro colleghe donne.

Dalle recenti ricerche emerge inoltre che le donne pur avendo una laurea e una formazione di tutto rispetto sono meno pagate e destinate a contratti precari rispetto al sesso maschile. Il divario occupazionale a sfavore delle donne rispetto agli uomini è di circa otto punti. Gli uomini con una laurea riescono a trovare un impiego grazie alla chiamata diretta del datore di lavoro e agli annunci su bacheche e giornali, mentre le donne partecipano in misura maggiore a concorsi, fanno e proseguono stage o altre attività di formazione. Nei casi fortunati quando riescono a trovare un’occupazione, si tratta il più delle volte di lavori part-time, impieghi poco qualificati e mal retribuiti.

In un momento di crisi come quello che stiamo vivendo il gentil sesso si dimostra più flessibile, adattabile, meno interessato a negoziare lo stipendio pur di portare a casa una certa quantità di soldi per garantirsi una certa forma di autonomia in attesa di un lavoro migliore o semplicemente per contribuire ad arrotondare il bilancio familiare.

Un elemento da considerare, inoltre, riguarda le posizioni di responsabilità e di prestigio che le donne occupano nel mercato del lavoro: si riscontra che la maggior parte di esse per diverse ragioni è costretta ad accettare ruoli al di sotto delle loro competenze come quelli d’impiegate, insegnanti ecc.

Per ciò che riguarda la retribuzione a un anno dalla laurea gli uomini guadagnano più delle loro colleghe: 1.184 euro netti mensili per gli uomini contro 926 per le donne nel 2006. Quest’aspetto è da attribuirsi al diverso numero di ore lavorate, mediamente pari a trentanove ore settimanali per gli uomini e a 33 per le donne.

Se facciamo riferimento ad altre posizioni di responsabilità come quelle istituzionali e politiche, la partecipazione femminile risulta ancora bassa rispetto a alla media Europea, infatti, l’Italia ha una percentuale di donne alla Camera pari al 17,3% e un’ancora più modesta, pari al 13,7%, di donne senatrici.

Il nostro Paese si colloca al 59° posto anche nella graduatoria di donne presenti nelle “Camere basse” di più di 180 Paesi, superata da molti Paesi del Sud del mondo. Le statistiche mostrano percentuali basse anche sulla presenza femminile negli enti locali: le consigliere comunali sono il 17,7%, gli assessori donna, il 18,1%, ma solo il 9,6% dei sindaci è donna.

Quali sono le cause di questa condizione ancora discriminante che colpisce tante donne nel mondo del lavoro?

Nonostante tante battaglie femminili e le recenti normative sulle pari opportunità, resta nel nostro Paese una cultura maschilista che ostacola l’ingresso di molte donne in ruoli manageriali e dirigenziali all’interno delle aziende. Nella maggior parte dei casi le donne si vedono costrette a fare delle rinunce e discriminate perché madri o per l’eventualità di diventarlo. La maternità è vista da tante imprese un ostacolo alla crescita, un problema, un peso in termini d’investimento economico che si preferisce evitare, da qui le conseguenze di una maggiore precarietà o addirittura esclusione dal mercato del lavoro. Un altro elemento è da attribuirsi alla mancanza di servizi flessibili a sostegno della famiglia e della maternità a differenza di ciò che avviene in paesi in come la Danimarca, in cui tra donne e uomini, non esistono divari in termini di ruoli e retribuzioni lavorative. Tutto ciò trova una risposta sia in una cultura più aperta e sia dalla presenza di servizi adeguati a sostegno della famiglia.

Per le donne italiane la situazione è molto più complessa.

Se consideriamo il problema dal punto di vista geografico tra nord e sud del nostro Paese, si evidenziano delle differenze ancora più critiche: le donne del sud, pur avendo una laurea, non riescono a collocarsi nel mondo del lavoro, sia perché le opportunità di lavoro sono ancora più precarie, sia perché i servizi a sostegno della famiglia si rivelano ancora insufficienti rispetto ad alcune regioni del Nord.

Oggi esistono valide leggi sulla parità, ma le legislazioni sulle pari opportunità non possono diventare effettive ed efficaci se le mentalità non cambiano, se continuano a esserci stereotipi e pregiudizi radicati nelle menti di uomini e donne e nelle loro tradizioni. L’unica strada per superare queste differenze risiede nel saper e educare le nuove generazioni in una prospettiva di bene comune che vada ad abbattere qualsiasi forma di discriminazione, al fine di istituire una società e un futuro migliore per tutti.

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