Donne e lavoro: il welfare non aiuta le mamme

Molte si rivolgono ai nonni o iscrivono i figli al nido. Ma la carenza dei servizi può spingere una lavoratrice a licenziarsi

Le percentuali rilevate da Confartigianato spiegano, meglio di qualsiasi dissertazione, quanto possa essere complicata la vita di una lavoratrice italiana che sceglie di diventare mamma. Stando ai dati raccolti in una recente indagine, infatti, il Governo spenderebbe solo l’1% del Pil a favore del welfare familiare e il 20% a favore di quello destinato agli anziani. A conferma di come il nostro sia essenzialmente un Paese per vecchi.


Ma al di là dei facili slogan, cerchiamo di capire quali sono le conseguenze di questa “disattenzione”. “L’esigua quantità di spesa pubblica in servizi per la famiglia – hanno spiegato dalla Confartigianato – incide negativamente sulla natalità e penalizza l’occupazione femminile“. E infatti se a lavorare è l’82,1% delle donne intervistate (tra i 22 e i 44 anni) che non hanno figli, la percentuale delle lavoratrici (della stessa età) con figli scende invece al 63%. E tra queste, ben il 42,7% segnala quanto sia difficile conciliare gli impegni di lavoro con quelli di casa. E come riesca a farcela grazie all’aiuto fornito dai nonni (51,4%), agli asili nido (a cui si rivolge il 37,8% delle lavoratrici interpellate) e alle baby sitter (assunte dal 4,2% del campione). “Le donne italiane sono sull’orlo di una crisi di welfare – ha ironizzato Edgarda Fiorini, presidente di Donne Impresa Confartigianato – L’Italia, infatti, non sembra essere un Paese per mamme che lavorano. E lo è ancor meno per le imprenditrici le quali sono escluse dagli interventi a tutela della maternità previsti per le lavoratrici dipendenti. Risultato: tra crisi economica e carenze dei servizi pubblici per la famiglia, il numero delle donne che svolgono attività indipendenti, tra il 2005 e il 2015, è diminuito del 5,6%”.



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