Donne discriminate al lavoro: quando il sessismo entra in ufficio

C'è chi viene penalizzata perché è affascinante e chi perché lo è troppo poco. Quando la donna diventa oggetto di attenzione sessuale al lavoro, allora qualcosa non va

Di storie ce ne sono tante, purtroppo. E se si sente ancora l’esigenza di organizzare convegni sul tema della discriminazione della donna in ambito lavorativo – l’ultimo si è svolto ieri a Udine – allora vuol dire che di strada da fare ce n’è ancora tanta.


A far discutere molto è stato il caso di un’operaia specializzata impiegata in una ditta del Friuli Venezia Giulia che sarebbe stata allontanata per la sua scarsa avvenenza fisica. Sei brutta, non voglio vederti, mi rovini la giornata”, le avrebbe detto il datore di lavoro che, con la scusa della soppressione del posto che occupava, sarebbe addirittura arrivato a licenziarla. La donna ha deciso di rivolgersi al punto SOS Antimobbing della Provincia di Udine che ha provveduto a intentare una causa civile contro il datore. E non è che l’inizio. Essere discriminate al lavoro perché donne è un mal costume che fatica a scomparire. Basti pensare alle tante storie di dipendenti che, dopo aver rifiutato le advances fatte dal capo e da qualche collega, si sono ritrovate isolate o demansionate. O alle pacche sul sedere che alcuni ridanciani datori di lavoro pensano di poter destinare alle lavoratrici sotto le loro dipendenze. Considerare la donna oggetto di appetito sessuale al lavoro tradisce non solo una scarsa (o inesistente) professionalità, ma anche una bassa cultura legata alla convinzione che, in ufficio come in azienda, l’uomo debba prendere le redini della situazione e dare prova – se ce ne è la possibilità – del suo presunto machismo.

E non si dimentichi la pratica, ancora molto diffusa, di far firmare lettere di dimissioni in bianco alle nuove assunte che potrebbero rimanere incinte. Una prassi che pone le lavoratrici di fronte a un vero e proprio ricatto, costringendole a scegliere tra la carriera e la vita privata. L’attenzione che i selezionatori destinano, infatti, alla vita sentimentale delle donne non è la stessa che rivolgono agli “affari di cuore” degli uomini. Come ha ben raccontato una giovane di Mestre alla quale, durante un colloquio di lavoro, è stato chiesto se fosse sposata o avesse figli. Domande a cui la donna ha preferito non rispondere (non considerandole funzionali alla sua eventuale assunzione) ottenendo in cambio uno stizzito benservito. È offensivo e violento ha commentato la giovane – Non importa se hai studiato, se hai fatto la gavetta, se hai un bel curriculum. Importa se hai figli. E se li hai, è meglio che tu stia a casa ad allattarli”. La distanza tra le opportunità lavorative offerte agli uomini e quelle concesse alle donne si materializza, insomma, sin dalle prime fasi di selezione. Con buona pace della meritocrazia e dell’egualitarismo che dovrebbero abolire ogni forma di discriminazione. Soprattutto di genere.




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