Donne al lavoro: in Italia i figli possono essere un problema

Uno studio realizzato dalla Fondazione "David Hume" ha dimostrato che le donne hanno resistito meglio degli uomini ai contraccolpi della crisi. Eppure per loro, le gratificazioni risultano solitamente più piccole

La Fondazione “David Hume” ha realizzato, per Il Sole 24 Ore, uno studio sulla condizione delle donne al lavoro. Che in Italia sembrano tradire, in molte circostanze, una “marcia in più” rispetto ai  loro colleghi maschi. Per quanto le circostanze esterne non risultino particolarmente vantaggiose, soprattutto quando sono giovani o quando scelgono di diventare mamme. La mancanza di un solido sistema di welfare in grado di agevolare la loro vita dentro e fuori dall’ufficio rende, infatti, tutto più complicato. Tanto che, molto spesso, le stesse donne devono accontentarsi di un lavoro part-time che, ca va sans dire, procura loro guadagni ridotti.


Lo studio ha posto l’accento sulla “resilienza” delle lavoratrici italiane che, nei momenti di grande difficoltà, hanno dimostrato di saper reagire meglio dei colleghi uomini. A confermarlo i dati sull’occupazione che, tra il 2010 e il 2012 (in piena crisi), hanno visto il sorpasso di quella femminile su quella maschile. A dimostrazione di come il cosiddetto “sesso debole” sia in grado di mostrare i muscoli quando le avversità si fanno particolarmente insidiose. Ma non solo: la fotografia scattata dalla Fondazione ha messo a fuoco anche alcune caratteristiche che riguardano le lavoratrici straniere il cui tasso di occupazione è andato sempre più crescendo arrivando al 42,1% (dato del 2014). Di più: secondo gli stessi osservatori, il tasso di occupazione delle straniere ha superato, da dieci anni a questa parte, quello delle lavoratrici italiane.

Ma veniamo al “cuore” dello studio che riguarda il segmento delle donne (al lavoro) che stanno peggio. Chi sono? Solitamente le più giovani: quelle che cercano lavoro per la prima volta. E quelle che decidono di mettere al mondo dei bambini. Una lavoratrice- mamma ha, infatti, molte meno opportunità di una collega single o senza figli. E la cosa può farsi ulteriormente complicata in alcune zone del Paese. “La situazione peggiore – hanno sottolineato dalla Fondazione David Hume – si riscontra nel Mezzogiorno: è qui che la presenza di figli incide di più sulle chances lavorative delle donne. Mentre la quota di occupate single si aggira intorno al 60% (2014), quella delle madri mono-genitoriali scende a 45%. Il tasso di occupazione tocca il 44,1% per le donne in coppia senza figli e crolla al 34,2% per le madri con partner”. E secondo lo studio, a mettere le ganasce alla carriera delle mamme- lavoratrici può essere anche il numero dei figli. Tendenzialmente più ne hanno, più le loro speranze di ricoprire ruoli importanti al lavoro si riducono, infatti, al lumicino. Da qui la scelta fatta da molte di loro che, per evitare di diventare mamme distratte, preferiscono lavorare part-time accontentandosi di stipendi e contratti meno gratificanti di quelli proposti ai colleghi in giacca e cravatta.



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