Diversità nei posti di lavoro: quanto discriminano le aziende italiane?

Non c'è solo il gap di genere. Per essere "ghettizzati" al lavoro, basta pregare un Dio diverso o essere troppo in là con l'età

Ma è vero che viviamo in un mondo globalizzato? La minaccia del terrorismo internazionale ha spinto molti governanti a reagire in maniera muscolare. E ad erigere barriere – fisiche e mentali – che dovrebbero mettere a riparo dalle “insidie” che provengono dall’esterno. E’ la politica adottata da quei Paesi che tendono a considerare una minaccia ciò che sfugge al loro controllo e propongono, per questo, di rafforzare i confini. E al lavoro? Cosa succede nelle aziende che devono fare i conti con una società sempre più “diversificata” al suo interno? Prevale la tendenza ad accogliere e integrare o quella a respingere e discriminare? A darci il polso della situazione è uno studio realizzato, un anno fa, dalla Randstad, la multinazionale specializzata nella selezione e formazione delle Risorse Umane. Che ha tentato di indagare sulle diversità nei posti di lavoro.


discriminazioni

Partiamo col dire che il “Ranstad Workmonitor”, realizzato a settembre del 2015, ha passato in rassegna i dati di 33 Paesi differenti. Focalizziamo la nostra attenzione sull’Italia e cerchiamo di capire cosa succede quando il “diverso” entra in azienda. Tenendo ben in mente il fatto che la fotografia scattata dalla Ranstad può consegnarci solo uno spaccato parziale della verità. Fatta di tante realtà aziendali, con orientamenti e ambizioni differenti, che è impossibile rappresentare, in maniera esaustiva, col conforto dei soli numeri o delle stime statistiche. Stando a quanto certificato dal “Randstad Workmonitor”, comunque, l’87% dei lavoratori italiani apprezza la diversità in azienda e il 72% dichiara di lavorare all’interno di un’organizzazione che dimostra di avere una cultura aperta e inclusiva. Una premessa incoraggiante, se non fosse per le stime che documentano la presenza di non pochi atteggiamenti discriminatori.

Tutti i numeri della discriminazione

Per essere più precisi: stando allo studio della Randstad, il 19% dei lavoratori italiani ha dichiarato di aver subito una discriminazione a causa del suo orientamento sessuale, il 26% per colpa del suo genere e il 27% per via dell’età. Non solo: appartenere a una razza diversa ha costituito un problema per il 18% del campione interpellato, mentre credere in una religione differente da quella praticata in Italia non ha reso le cose facili al 17% dei lavoratori del Bel Paese coinvolti nel monitoraggio. Il confronto con gli altri Stati può aiutarci a capire meglio. Le discriminazioni legate all’orientamento sessuale (che, come abbiamo visto, in Italia hanno interessato il 19% del campione), in Paesi come l’India hanno avuto un impatto negativo sul 44% dei lavoratori, mentre in altri come la Slovacchia e il Lussemburgo non hanno interessato più del 5% di loro. L’India è il Paese che ha fatto registrare le performance peggiori: andare al lavoro, nel Paese degli elefanti, significa infatti esporsi al rischio di essere discriminati, per colpa della religione, nel 46% dei casi. Di più: il 50% dei lavoratori indiani intervistati ha dichiarato di essere stato vittima di una discriminazione razziale, il 49% di una di genere e addirittura il 56% di una legata all’età. Veleggiano su stime di tutt’altro tipo, invece, Paesi come la Slovacchia, la Svezia e il Lussemburgo che – stando alla panoramica fornita da Randstad – sono quelli che apprezzano e premiano di più le diversità nei posti di lavoro.

Molto resta ancora da fare

“La fotografia scattata dal Workmonitor sulla discriminazione nei luoghi di lavoro – ha dichiarato Valentina Sangiorgi, responsabile delle Risorse Umane di Randstad Italia – ci restituisce, secondo il punto di vista dei lavoratori italiani, la prospettiva di una cultura generalmente aperta ed inclusiva. Una buona notizia per il business, poiché molti studi hanno dimostrato come team diversificati producano migliori prestazioni e maggior coinvolgimento dei dipendenti. Ma la nostra indagine – ha proseguito l’esperta – avverte anche sul fatto che, in Italia come in tutto il mondo, una cultura improntata all’inclusione non è sufficiente a metterci al riparo da esperienza di discriminazione, che si riscontrano ancora con troppa frequenza. Le organizzazioni devono impegnarsi per superare ogni forma discriminatoria, con il coinvolgimento di tutti i livelli aziendali”.




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