Diventare mediatore culturale: chi è, cosa fa, formazione e opportunità

Mediatore culturale: mansioni, responsabilità, carriera e stipendio. Come diventare mediatore culturale, quale percorso di studi seguire e quali sono le offerte di lavoro nel settore. Scopriamolo di seguito

I continui flussi migratori  e la moltitudine di persone che arrivano in Italia (indipendentemente dal fatto che siano di passaggio o intenzionati a stabilirsi qui) hanno aperto la strada a nuove figure professionali, specializzanti appunto del dare e offrire assistenza a stranieri, richiedenti asilo, extracomunitari etc..


Tra gli specialisti più attivi e qualificati di questo settore meritano sicuramente di essere citati i mediatori culturali. Del loro ruolo, della formazione necessaria per accedere a questa professione e delle opportunità di inserimento lavorativo parleremo, nello specifico, di seguito.

diventare mediatore culturale

Mediatore culturale: chi è e di cosa si occupa

Per capire meglio chi è e di cosa si occupa un mediatore interculturale (più comunemente chiamato anche mediatore culturale)  possiamo partire analizzando quelle che sono considerate le sue mansioni, nonché sue responsabilità, principali. Stiamo parlando di un professionista della comunicazione interpersonale, cui compito è quello di riuscire a far incontrare (tramite le varie forme il ricorso alle varie forme di comunicazioni appunto) persone di civiltà diverse in un tempo preciso. Chi arriva da un altro paese ha bisogno, per motivazioni personali o professionali, di essere aiutato e indirizzato nello svolgimento di quelli che sono tutti gli oneri amministrativi e burocratici necessari per regolarizzare la propria posizione all’interno di un territorio straniero.

Questo, soprattutto oggi, vale soprattutto per i provenienti da nazioni non facenti parte dell’Unione Europea e per quelli che, pur essendo cittadini europei, risiedono in luoghi e/o sono interessati a trasferirsi in posti in cui valgono accordi o disposizioni diverse dai regolamenti vigenti all’interno della Comunità Europea. Sia chiaro, il Diritto internazionale va sempre rispettato. È possibile tuttavia che, come previsto dalle leggi sovranazionali, che due o più nazioni si mettano d’accordo per disciplinare (nel rispetto dei vari ordinamenti) una o più materie specifiche nell’ambito della propria competenza. Il discorso, come si può ben capire, è già abbastanza complicato e delicato di per sé. Proprio per questo motivo, oggi come oggi, la figura del mediatore linguistico culturale è tanto richiesta. Il suo compito non può essere relegato a quello di interprete, perché quello che fa  non è solo cercare di farsi capire dallo straniero che a lui si rivolge. Un mediatore culturale serio e qualificato dovrà infatti:

  • conoscere la cultura dei Paesi stranieri, soprattutto di quelli da cui provengono le persone che a lui chiederanno aiuto o consulenza;
  • avere chiari quelli che sono gli scenari socio – politici del paese in cui opera e di quelli delle persone con cui si rapporta;
  • parlare bene la lingua straniera con la quale comunicherà nel suo lavoro (a volte conoscere solo l’inglese non basta);
  • conoscere le leggi vigenti (sia nazionali che internazionali) in materia di immigrazione e lavoro;
  • occuparsi di orientamento culturale, facilitando l’inserimento dello straniero all’interno di una determinata collettività;
  • riuscire ad indirizzare e a fornire dati e informazioni attuali, vere e concrete su documenti, autorizzazioni, permessi e concessioni indispensabili per rimanere, sostare o eventualmente spostarsi all’interno di uno o più paesi (europei e non solo);
  • trovare un punto di incontro quando e se all’interno di uno o più gruppi etnici nasce un conflitto o si alimenta un’incomprensione.

Un mediatore culturale, dunque, deve dimostrare di avere delle competenze e conoscenze specifiche. Empatia, solidarietà e capacità di rapportarsi con il prossimo, poi, sono tutte qualità che non possono venire a mancare in una persona che decide di fare questo lavoro. Professionalità, sensibilità, capacità di leadership e voglia di fare devono sempre incontrarsi, sfruttando nozioni e consapevolezze acquisite e perfezionate sia a livello teorico che pratico. L’attività svolta da un mediatore deve essere considerata un po’ il punto cardine di un meccanismo spesso  complesso e difficile da gestire. Essere il punto di riferimento di molte persone che, nella stragrande maggioranza dei casi, o sono in difficoltà o – comunque – hanno bisogno di aiuto, comporta una grande responsabilità. Se un mediatore non riesce a garantire determinati standard di qualità, serietà e affidabilità, allora difficilmente sarà in grado di affermarsi nel settore.

Diventare mediatore culturale: formazione

Mediatore culturale non ci si improvvisa, ovviamente, ma lo si diventa dopo anni di formazione e perfezionamento. Proprio perché serio e complesso è l’impegno chiesto ad un mediatore, non si può pensare che a questo lavoro possa accedere chiunque e in qualsiasi momento. Il percorso di studi scelto, l’esperienza sul campo e il continuo approfondimento e aggiornamento, in questo caso più che in molti altri, sono fondamentali per chi si occupa di mediazione culturale. Come accennato sopra, quella del mediatore culturale è oggi una figura sempre più richiesta e ricercata nel mercato del lavoro (soprattutto in ambito socio – assistenziale).

Proprio per questo motivo, da diversi anni a questa parte, sono nati dei veri e propri corsi di laurea ad hoc incentrati sulla formazione di questi professionisti. Uno studente indeciso e/o che non sa ancora bene se vuole fare questo di mestiere (e allo stesso tempo vuole tenersi più porte aperte), può anche valutare altri corsi di laurea, meno specifici e considerati altrettanto validi. Una volta portato a termini il percorso universitario, se resta dell’idea di volersi occupare di mediazione, allora potrà specializzarsi in seguito, seguendo appositi corsi o percorsi professionalizzanti pensati appositamente per i mediatori. Riassumendo, quindi, a chi sogna di fare il mediatore culturale (o sta valutando l’ipotesi di diventarlo) è consigliato, dopo la maturità, di:

  • iscriversi ad un corso di laurea triennale in Mediazione Culturale, Lingue e letterature straniere, Mediazione linguistica e/o interpretariato;
  • specializzarsi con corsi di formazione ad hoc indirizzati a chi si occupa di mediazione culturale o a chi vuole diventarlo;
  • approfondire, aggiornare e perfezionare le proprie conoscenze anche dopo la laurea;
  • imparare più lingue straniere oltre la propria e non focalizzarsi solo sull’inglese (l’ideale sarebbe per esempio quello di concentrarsi su quelle più parlate in ambito internazionale come il francese e/o su quelle più richieste al momento dalle organizzazioni o associazioni attive nel settore come – oggi – lo è l’arabo).

Laurea e conoscenza delle lingue, però, a volte non bastano. Come già spiegato, infatti, ad una buona preparazione teorica deve anche seguire quella pratica. Fare esperienza sul campo, iniziare a far volontariato, partecipare a scambi internazionali (spesso promesse e convenzione dalle Università e/o dagli Istituti Europei) non solo arricchirà il curriculum di un aspirante mediatore ma, cosa più importante, darà allo stesso tutti i mezzi e le conoscenze necessarie per affermarsi in futuro come professionista.

L’acquisizione di nuove informazioni, la comunicazione, la pratica nell’interagire e farsi capire in una lingua che non è la propria sono tutte qualità che non si possono sviluppare senza un’adeguata dose di capitale umano e scambio interculturale. Questo lavoro, inoltre, porterà il singolo ad entrare in contatto con persone e culture diverse. Imparare a interpretare fin da subito le emozioni di uomini e donne di altri Paesi, sviluppare l’abilità di entrare nei panni dello straniero e di capirne esigenze e stati d’animo non sono doti che qualcuno può pretendere di avere senza aver fatto mai un minimo di esperienza nel mondo.

Opportunità lavorative come mediatore culturale e stipendio

Là dove c’è la necessità di creare  un punto di contatto con un gruppo più o meno cospicuo di stranieri e quando c’è l’esigenza di comunicare e fornire assistenza a questi (che sia pratica, burocratica, assistenziale, culturale etc.), lì c’è un’opportunità di lavoro per un mediatore. Un mediatore culturale, al giorno d’oggi, avrà la possibilità di entrare a contatto con diverse realtà, cui strutture, organizzazioni e regole possono essere diverse di volta in volta. Il ruolo che questo professionista sarà chiamato a ricoprire, tuttavia, rimane sempre lo stesso. Un mediatore culturale, al massimo, potrà adattare i propri metodi al contesto e/o alle persone con cui interagisce, ma lo scopo finale – per lui – resta identico. Un mediatore interculturale, generalmente, avrà la possibilità di lavorare in contesti come:

  • organizzazioni e associazioni che si occupano di rifugiati stranieri;
  • centri di accoglienza per i richiedenti asilo (CARA, CIE, CPSA e CDA.) ;
  • strutture socio – assistenziali come ospedali, asl e uffici medici di base, ONLUS (associazioni no profit, umanitarie, senza scopo di lucro etc.);
  • asili nido, istituti per l’infanzia, collegi e strutture scolastiche in generale (sia pubbliche che private);
  • uffici pubblici per l’immigrazione comunali, provinciali, regionali e statali che offrono servizi agli stranieri;
  • questure e carceri;
  • sindacati che tutelano e/o rappresentano la popolazione straniera in un paese e tutte le associazioni di categoria che di questi si occupano;
  • organizzazioni nate con il solo scopo di fornire assistenza a chi, in una determinata città, regione o nazione, vuole stabilirsi, integrarsi, muovere i primi passi per entrare a far parte a tutti gli effetti della vita sociale, economica e politica del paese.

Le opportunità di lavoro come mediatore culturale e le opportunità di crescita professionale, come si può vedere, sono tante. Bisogna dire però che sempre più spesso queste realtà, proprio perché complesso è l’ambito in cui operano, sono alla ricerca di persone altamente qualificate e che, dalla loro, vantano una già comprovata e solida esperienza. Per iniziare a muoversi nel settore e non rimanere indietro, dunque, l’ideale sarebbe provare a proporsi come volontari già da studenti, spendendosi per cause attinenti al percorso lavorativo che un giorno si è intenzionati a intraprendere.

Del perché questo sia importante non solo per arricchire il proprio curriculum ma anche, e soprattutto, per sviluppare tutte quelle capacità trasversali e necessari per una persona che vuole lavorare come mediatore lo abbiamo già spiegato sopra. Considerando inoltre che, nella stragrande maggioranza dei casi, un mediatore lavora come libero professionista, allora diventa facile capire perché oggi sia innanzitutto necessario proporsi, farsi conoscere e creare fin da subito i primi contatti nel settore. A livello contrattuale (e quindi anche retributivo) il mediatore culturale ha due possibilità:

  • lavorare come libero professionista e, quindi, intervenire quando e se una determinata struttura richiede il suo aiuto;
  • essere assunto con contratto di lavoro subordinato e prestare la propria assistenza solo ed esclusivamente agli istituti e/o associazioni che lo hanno inquadrato come lavoratore dipendente.

In entrambi i casi, comunque, stabilire a priori una retribuzione è difficile. Non esiste ancora un contratto collettivo nazionale per questi professionisti. I mediatori inoltre, lavorando a chiamata o con contratti di collaborazione (i cosiddetti co.co.co.), è facile che percepiscano un compenso a prestazione resa invece che uno fisso stipendio mensile. In questo caso, dunque, la retribuzione sarà rapportata alle ore di lavoro svolte e generalmente va dai 15 ai 30 euro l’ora (lordi).

Discorso diverso, invece, va fatto per i lavoratori dipendenti. Come impiegati subordinati i mediatori dovranno essere inquadrati tenendo conto di quanto stabilisce il CCNL di categoria applicato dalla struttura che li assume. Se è un ufficio pubblico, pertanto, si applicherà il CCNL pubblico impiego, se si tratta di una ONLUS si terrà conto del CCNL no profit e così via, fino a determinate il giusto inquadramento retributivo e tributario del professionista in questione.



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