Diventare imprenditore: 6 italiani su 10 lo vorrebbero, ma alla fine non osano

La voglia di autoimprenditoralità non manca, ma il coraggio di mollare tutto per mettersi al timone di una piccola impresa spesso sì. Lo certifica un'indagine della Randstad

Siete stanchi di prendere ordini dal capo? Pensate di avere la stoffa per poter condurre un’azienda al successo? Avete voglia di assumervi maggiori responsabilità e di sentirvi sempre più coinvolti? Bene, allora con ogni probabilità, la pensate come quel 64% di italiani che, intervistato da Randstad, ha dichiarato di aver voglia di diventare imprenditore. Ma che ha anche aggiunto di non avere audacia a sufficienza per dare corpo al suo proposito. Stando a quanto certificato dal Randstad Workmonitor – l’indagine sul mondo del lavoro che la Randstad conduce periodicamente su una campione di 1.600 lavoratori dipendenti di 33 Paesi diversi – la voglia di auto-imprenditorialità, nel nostro Paese, non mancherebbe; ma il coraggio di avviare una propria attività, sì.


Chi ha paura di fare impresa

Vorrei, ma non posso. O per meglio dire, ho paura di fallire. E’ questo ciò che il 64% dei dipendenti italiani, interpellati per la realizzazione dello studio, ha risposto a chi ha domandato loro se avessero voglia di avviare una propria attività. Adducendo come “giustificazione”, l’alto tasso di rischiosità dell’impresa. In pratica, a più di 6 italiani su 10, l’idea di diventare imprenditore alletta parecchio, ma altrettanti scelgono di rinunciarvi per paura di fare un buco nell’acqua. E di rimetterci tempo, carriera e denaro. Una percentuale abbastanza alta, se messa a paragone con la media globale che si ferma al 57%. E che “incorona” (se così si può dire) gli italiani terzo popolo più timoroso d’Europa, dietro la Grecia e la Spagna. Di contro, al 60% del campione intervistato dalla Randstad, non appartiene il desiderio di diventare imprenditore; mentre il 49% ha precisato che gli piacerebbe guidare un’impresa tutta sua perché gli consentirebbe di accedere a più opportunità. Che, salvo casi particolarmente infausti, dovrebbero procurare maggiori introiti e soddisfazioni.

Ma entriamo un po’ più nel dettaglio: il Randstad Workmonitor ha anche tentato di capire se la voglia di auto-imprenditorialità fosse dettata da una libera scelta. E ha scoperto che, in Italia, solo il 31% del campione prenderebbe in considerazione l’ipotesi di lasciare il proprio lavoro per mettersi al timone di una start-up. Si tratta prevalentemente di uomini (33% contro il 28% delle donne) che, nel 38% dei casi, non superano i 44 anni di età. E gli altri? Il 52% dei dipendenti italiani intervistati ha specificato che penserebbe all’eventualità di avviare una propria attività, nel caso in cui dovesse perdere l’attuale lavoro. E’ la risposta fornita in prevalenza da uomini (54% contro il 51% delle donne) di età superiore ai 44 anni. In pratica: per questa larga fetta del campione rappresentativo, l’idea di divenatre imprenditore è subordinata alla necessità di rimettersi in gioco, dopo un licenziamento. Ma non rappresenta certo la prima opzione.

L’Italia non è un Paese per imprenditori

E veniamo al dato che riguarda il contesto. Solo il 34% del campione italiano pensa che il Governo del suo Paese sostenga attivamente le nuove start-up. Si tratta di una quota significativamente più bassa della media globale (che si attesta al 55%), ma anche della media del Sud Europa (37%) e di quella del Nord Europa (67%). E solo il 32% dei dipendenti italiani intervistati dalla Randstad ritiene che l’Italia sia un buon Paese per avviare un’impresa, contro il 49% della media globale, il 33% della media del Sud Europa e il 55% della media del Nord Europa.

L’idea dominante, insomma, è quella che diventare imprenditore, nel Bel Paese, non sia affatto una passeggiata. Perché? Oltre alla burocrazia e al sistema fiscale (che, come sappiamo, possono creare non pochi problemi), a minacciare il successo di chi progetta di aprire una piccola impresa in Italia, è soprattutto la globalizzazione. Lo afferma l’89% degli intervistati italiani, che superano di gran lunga la media europea che si ferma al 74%. Peggio di noi solo gli spagnoli (90%), mentre i greci (con l’88%) e i portoghesi (con il 75%) guardano, con un pizzico di preoccupazione in meno, al libero scambio. Che non sembra spaventare troppo, invece, gli aspiranti imprenditori del Nord Europa. In Svezia e in Norvegia, la percentuale degli “idiosincratici” alla globalizzazione si attesta al 59%, mentre in Danimarca non supera il 51%.



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