Disoccupazione di lunga durata: si rischia una specie di burnout

Il burnout colpisce alcune categorie di lavoratori, soggetti a particolari stimoli stressogeni, ma effetti molto simili si riscontrano anche in chi è disoccupato da diverso tempo, sottoposto a pressioni prolungate e non certo meno pesanti di chi ha un lavoro.

La sindrome da burnout identifica una condizione di forte stress associata al lavoro. In particolare, ne sono vittime i soggetti che svolgono lavori difficili e a contatto con le persone (come ad esempio le professioni sanitarie). Impieghi stressanti, con turni lunghi, o che richiedono grande concentrazione, o ancora caratterizzati da grandi responsabilità. Tradotto quasi letteralmente il burnout è “lo scoppiare”, ovvero il divenire temporaneamente incapaci di gestire lo stress, il peso delle responsabilità e le complicazanze psicologiche che ne derivano. Ma una specie di burnout, forse in pochi ci pensano, può colpire anche chi è soggetto a disoccupazione di lunga durata e un impiego lo sta cercando. Le pressioni a cui queste persone sono sottoposte non sono di certo inferiori (anzi..) a quelle che deve sopportare chi un lavoro, bene o male, ce l’ha.


In questi anni di crisi economica perdurante abbiamo sentito spesso parlare di suicidi dovuti ad un prolungato periodo caratterizzato da mancanza di lavoro. Gesti tragici, che sono conseguenza diretta di una forza di affrontare le difficoltà e le avversità che viene a mancare, improvvisamente o poco a poco. Non si è più in grado di vedere (e nemmeno di sperare in) una via d’uscita ed il peso delle responsabilità si fa sempre più schiacciante. Se si è in regime di disoccupazione di lunga durata, o comunque il  tempo passato a cercare lavoro non è limitato a qualche mese, è uno stato in cui più o meno tutti passano. Certo, le reazioni sono diverse da persona a persona, ma per quanto possano variare grandemente fino ad arrivare al compimento di azioni dalle quali non è possibile tornare indietro, prima di criticare gli autori di tali azioni, bisognerebbe pensarci molto bene.

disoccupazione di lunga durataAnch’essi infatti si trovano a gestire situazioni più grandi di loro, nelle quali sono precipitati loro malgrado e dalle quali hanno tentato continuamente di uscire, magari per anni, senza mai riuscirci definitivamente. Un panorama questo che può anche generare una sorta di annullamento temporaneo della volontà (quella di combattere in primis, perché ritenuta pratica inutile), che a sua volta sfocia, o può sfociare, nel compiere gesti drammatici. Se è vero che bisognerebbe sempre resistere, non lasciarsi mai andare, è altrettanto vero che il condizionale, in questa frase, non è per niente casuale. Tra il dire e il fare insomma, c’è di mezzo il mare. E la colpa non è di chi dovrebbe “fare” e non ci riesce. Alla base c’è una rinuncia alla lotta.

In un contesto comunque preoccupante ma fortunatamente meno tragico di quello che caratterizza un suicidio, è possibile richiamare il fenomeno dei neet, ovvero quelle persone che, per una sorta di scelta, hanno deciso di non studiare più e di non cercare lavoro, perché entambe le cose vengono percepite come inefficaci. Una battaglia contro i mulini a vento in cui non ci si vuole impegnare.

Parlando di “burnout” da disoccupazione di lunga durata, proprio questa durata ha una valenza praticamente assoluta. Si può infatti resistere fino ad un certo punto, chi più chi meno, ma ad un altro, di punto, si “molla”, pur magari inconsciamente. Il limite non è fisso, perché soggettivo, ma esiste, per tutti. Le conseguenze sono svariate, e spesso si fatica ad accorgersene perché “entrano” in prassi quotidiane poco o per niente analizzate. Lo spedire un curriculum pieno di errori perché non lo si è riletto, o il candidarsi per posti di lavoro quasi casualmente, non cercando cioè tra quelli più adatti alle proprie competenze ed esperienze, non è sempre e solo conseguenza di una certa superficialità. O meglio, sì, ma va considrato anche l’eventuale passaggio intermedio: tale superficialità può essere infatti causata certamente dall’essere svogliati perché pigri, ma anche dall’essere svogliati perché si pensa che ciò che si sta facendo non sortirà alcun effetto.

E’ sbagliato, perché è una sostanziale perdita di tempo che non porta assolutamete a nulla, ma come contestare (a se stessi) la percepita inutilità di azioni compiute cento, mille e più volte e mai andate a buon fine? Ad un certo punto ci si “arrende” all’evidenza dei fatti, o per meglio dire dei “mancati fatti”. Vi è così un crollo delle prospettive e delle aspettative della persona, che non “vede” più il suo futuro, non lo capisce, non riesce quindi a gestirne la percezione e di conseguenza le azioni da intraprendere per provare a costruire quello stesso futuro. Quando per anni ci si sente in questo stato a causa di un lungo periodo passato da disoccupati,  qualcosa di  piuttosto simile al burnout al quale sono soggette alcune categorie di lavoratoi, può colpire pesantemente e subdolamente, con conseguenze imprevedibili e talvolta, purtroppo, irreversibili.




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