Disoccupazione di lunga durata, Ocse: Italia al quarto posto

Per l'Ocse l'Italia è al quarto posto della brutta classifica che riguarda i Paesi con la più alta disoccupazione di lunga durata. I problemi generati da questo fenomeno sono decisamente drammatici.

Secondo gli ultimi dati rilevati dall’Ocse, l’Italia, nonostante sia uno dei Paesi più ricchi del mondo, è al quarto posto nell’area di riferimento per la disoccupazione di lunga durata. Una classifica nella quale sarebbe certamente meglio restare nelle posizioni più basse. Questa situzione, dovuta alla crisi economica, ha generato anche un forte calo del risparmio delle famiglie. Tra l’intera popolazione di disoccupati, quelli di lungo periodo, ovvero gli individui che non trovano lavoro (e lo cercano) da oltre un anno, sono passati da un già alto 45% del totale  ad un drammatico quasi 60%.


Disoccupazione di lunga durata: quel terribile circolo vizioso

La disoccupazione di lunga durata non incide solamente sul risparmio “immanente” delle famiglie, ma anche su altri fattori macro e sul futuro di lungo periodo delle singole persone. Come è ovvio, la mancanza di un’entrata economica (ancor meglio se stabile), riduce significativamente i consumi, talvolta fino a quasi farli azzerare. Un minore livello di consumo genera una minore richiesta di beni e servizi e quindi un minore livello occupazionale, in quanto le aziende non assumono, o addirittura licenziano, a causa dei cali produttivi.

C’è poi la questione della pensione. Con l’età utile al riposo che si sposta sempre più in avanti seguendo l’aspettativa di vita, ed assieme a lei gli anni di contributi, i disoccupati di lunga durata, più degli altri rischiano seriamente di non poter accedere un giorno al servizio pensionistico, in quanto impossibilitati, certo non per loro volontà, nel raggiungere gli anni di contribuzione necessari ad ottenere la pensione. Insomma, niente soldi adesso, ma forse nemmeno dopo. Un problema drammatico e assurdo, quello di riuscire ad andare in pensione,  recentemente affrontato anche su queste pagine.

Un anno è troppo poco

Un’altra questione che va affrontata è, se ci passate il gioco di parole, “la durata della disoccupazione di lunga durata”. Soprattutto per quanto riguarda la disoccupazione adulta, chi esce dal mercato del lavoro deve fare una grande fatica per rientrarci, dalla porta principale o da quella secondaria poco importa. E spesso, quando accade, si tratta di colpi di fortuna che prescindono da abilità e competenze (queste ultime però, sono fondamentali nel mantenimeto del posto, una volta conquistato). A parte il lavoro nero, che per alcuni risulta essere l’unica speranza di portare a casa qualche soldo, ma che è comunque una pratica illegale, le possibilità di reinserirsi sono risicate, principalmente per un livello troppo basso di domanda di lavoro, rispetto all’offerta, ma anche per il difficile incontro tra la prima e la seconda.

Ciò fa sì che “un anno senza lavoro” come metro di valutazione della disoccupazione di lunga durata rischi seriamente di essere un parametro troppo striminzito. C’è infatti chi non trova lavoro da tre, da cinque o da otto anni. E, nella grande maggioranza dei casi, la sua situazione risulta essere completamente differente da quella di chi perlomeno fino all’anno prima uno stipendio l’aveva.

 

 



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