Disoccupati e inattivi: luci e ombre di un’Italia che arranca ancora

Con un tasso di disoccupazione che al Nord si ferma al 7,9% e al Sud supera il 20%, l'Italia appare ancora spaccata. Mentre scende il numero degli scoraggiati che avevano smesso di cercare un lavoro

L’Istat ha pubblicato un corposo documento sul mercato del lavoro di cui vi abbiamo reso conto ieri, intrattenendoci sui dati che riguardano l’occupazione. Ma l’istituto di statistica ha fornito una ricognizione a tutto tondo, che non poteva trascurare quel segmento di popolazione costituito dai disoccupati e dagli inattivi. In un Paese, come il nostro, in cui la crisi si è fatta sentire con particolare veemenza causando perdite occupazionali importanti, il trend è cambiato? O si fatica (come e più di prima) a trovare un impiego? La verità – come spesso accade – sta nel mezzo, come si può dedurre da un’attenta lettura dei dati aggiornati dall’Istat.


Resta il divario Nord-Sud

Partiamo dal tasso di disoccupazione che, nel secondo trimestre del 2015, si è attestato al 12,1%, facendo registrare una flessione leggerissima, pari allo 0,1%, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In pratica: la quota dei disoccupati è rimasta pressoché invariata e ha coinvolto ben 3 milioni e 101 mila persone. Ancora: se il tasso di disoccupazione di lunga durata (che interessa cioè coloro che cercano lavoro da almeno un anno) è diminuito del 2,4% (su base annua), ad aumentare è stata invece la quota dei disoccupati con precedenti esperienze lavorative. Senza considerare che gli andamenti non sono dappertutto uguali. Il tasso di disoccupazione del Nord si è fermato al 7,9% e ha segnato una flessione dello 0,3% rispetto al secondo trimestre del 2014. Quello del Centro ha raggiunto, invece, il 10,7% avanzando dello 0,1% in un anno, mentre il tasso del Mezzogiorno (che è rimasto stabile) si è attestato al 20,2%. E anche l’anagrafe può fare la differenza: tra i 15-24enni, il tasso di disoccupazione è risultato pari al 41,1% (in calo dello 0,5% rispetto all’anno precedente), tra i 25-34enni ha raggiunto il 18,6% (+1,1% in un anno), tra i 35-49enni è stato pari al 9,5% (-0,3%) e tra i 50-64enni è salito dello 0,2% attestandosi al 6,1%. Di più: il tasso di disoccupazione tra gli italiani è aumentato, in un anno, dello 0,3% raggiungendo l’11,6%, mentre quello degli stranieri, risultato pari al 16,2%, è sceso dello 0,9%. Variazioni (più o meno significative) che restituiscono l’immagine di un quadro in continuo divenire. Per quanto alcune cose sembrano non cambiare mai. Stando ai dati riportati dall’Istat, infatti, l’88,9% delle persone che cercano un lavoro continua a rivolgersi a parenti, amici e conoscenti (confidando in qualche provvidenziale segnalazione). Lo fanno soprattutto i più anziani e coloro che non possono vantare un titolo di studio alto, mentre i laureati preferiscono muoversi autonomamente inviando il proprio curriculum vitae

Meno scoraggiati, soprattutto nel Mezzogiorno

E veniamo al tasso di inattività che, nel periodo preso in esame, è risultato pari al 35,8%, lo 0,6% in meno rispetto a quello rilevato nei dodici mesi precedenti. In linee generali, l’istituto nazionale di statistica ha registrato un calo del numero degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (meno 271 mila) dovuto principalmente al calo del numero degli scoraggiati (-114 mila), soprattutto nel Sud del Paese. Ma procediamo con ordine: il tasso di inattività del Nord si è attestato al 29,5% (-0,1% su base annua), quello del Centro al 31,1% (-0,6%) e quello del Mezzogiorno al 46,5% (-1,1%). Cosa vuol dire concretamente? Che, nonostante le cifre documentino un gap ancora insanabile, il Sud è il territorio che è riuscito a “invertire la rotta” con maggior successo. Ancora: il tasso di inattività tra i 15-24enni è risultato particolarmente alto, pari al 74,4% (in salita dell’1,2% su base annua), quello tra i 25-34enni si è fermato al 27,6% (-0,6%), quello tra i 35-49enni si è attestato al 20,2% (-0,1%) e quello tra i 50-64enni è sceso di 2,4 punti percentuale fino al 39,4%. Infine: il tasso di inattività tra i cittadini italiani (pari al 36,5%) ha perso lo 0,6%, mentre quello  tra gli stranieri (pari al 29,3%) è rimasto invariato. Gli “autoctoni” temporeggiano, insomma, più dei “forestieri” a cercare un lavoro.



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