Discriminazione sul lavoro e negli annunci: parte il ricorso alla Corte Europea

Il quotidiano torinese La Stampa prende ad esempio gli annunci di posti di lavoro presso Camera o Senato, nei quali viene indicata un’età massima. Scrive la testata diretta da Mario Calabresi, che  “ci sono delle leggi che lo impediscono”. Ed è vero. E sono addirittura europee. Le discriminazioni sul posto di lavoro o nelle offerte sono appunto vietate dall’Ue. Eppure, se in molti paesi d’Europa l’età spesso non è nemmeno indicata nel curriculum (figuriamoci quindi negli annunci di lavoro), in Italia, vedere un’offerta che recita “cercasi giovane laureato con esperienza almeno triennale, max 26 anni” per un qualsiasi posto di lavoro, potrebbe non essere così impossibile.  Quindi se uno si è laureato in tempo, per puro caso ha già fatto il lavoro richiesto per tre anni, è disponibile subito, ma di anni ne ha 27, perché per uno è andato in Erasmus, è out. L’esempio è ovviamente un po' surreale e forse non esiste realmente così come è scritto, ma calza.


Per contrastare questa pratica e quella forse ancora più grave della discriminazione direttamente sul posto di lavoro (che sia per motivi religiosi, di genere, politici o altro poco importa), Le associazioni degli over 40 e 50, hanno  presentato un ricorso alla Corte Europea contenente accuse non proprio leggere: “violazione dei diritti previdenziali, mancato controllo e repressione delle offerte di lavoro pubbliche e private contenenti la discriminante della barriera dell’età anagrafica”. Se è vero che talvolta, per alcuni casi ben determinati, una persona giovane risulta essere più adatta di una in età più matura, è altrettanto vero che, molto più spesso, quasi sempre, la discriminazione per età avviene o per motivi di costo, o per ragioni che appaiono addirittura inspiegabili. Per gestire quei pochi casi di giusta richiesta di “gioventù”, basterebbe forse un maggiore buon senso da parte dell’intero sistema lavoro. Il problema quindi, in Italia, sembra essere più culturale che altro.

Perché, ad esempio, se si cerca un autista (qualsiasi sia la patente in suo possesso), si dovrebbe indicare un’età inferiore ai 35 o ai 30 anni (a seconda dei casi)? Un quarantenne (o più) che ha condotto chissà quanti mezzi (seguendone pure l’evoluzione tecnologica  quindi, la quale può solo portare semplificazioni) per vent’anni ed è rimasto improvvisamente senza lavoro, è possibile che sia diventato  del tutto incapace di guidare di colpo? L’ipotesi è a dir poco assurda, concordate? E allora perché inserire un limite di età per un lavoro che, tra l’altro, basa molta della sua qualità sull’esperienza? L’esempio dell’autista è, appunto, soltanto un esempio. Lo stesso discorso potrebbe infatti valere per una miriade di impieghi e di categorie di lavoratori. Certo, volendo estremizzare nuovamente, se si vuol fare la modella o il modello, iniziare a 50 anni è difficile. Ma appunto, i casi in cui l’età giovane funge da discriminante se non giusta, almeno giustificata, non sono certo molti.

Per giunta, anche la nostra Costituzione, oltre alla Carta europea dei Diritti, vieta la discriminazione sul lavoro. Ma allora perché in Italia continua ad accadere? E soprattutto, perché talvolta  vengono poste in essere leggi fiscali che favoriscono i più giovani, a scapito di quelli che hanno passato la cosiddetta boa dei 35 anni? Non sarebbe invece il caso di fare leggi diverse, che sì, diano slancio al lavoro giovanile importantissimo ad esempio per creatività, idee, passione, voglia di crescere, ma senza penalizzare la restante parte di lavoratori (che vanta cifre non certo trascurabili), altrettanto fondamentale per esperienza, un probabile maggiore sangue freddo, competenze costruite nel  lungo periodo e via dicendo? E soprattutto, qualcuno risponderà, prima o poi, a queste domande?




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