Contratto unico di ingresso e lavoro a termine

Ebbene lo ammetto, nella prima fase la ministra Elsa Fornero non mi era piaciuta, non mi erano piaciute le lacrime dispensate di fronte alle telecamere quando parlava dei sacrifici dei pensionati, poiché sono convinto che si poteva fare meglio ed essere più equi, non mi è piaciuto lincentivo alle aziende che assumono under 35, poiché pur essendo una norma popolare che va a vantaggio del “lavoro per i giovani” di cui tanto si parla, penalizza i tanti padri di famiglia di 40 e 50 anni che in realtà non dovrebbero essere discriminati a favore dei giovani, anche perchè alzando l’età pensionabile di cui al punto precedente (lacrime…)…

Ora nella fase due finalmente si vede qualcosa di positivo, mi riferisco in particolare a due riforme che sta portando avanti e da vedere in chiave assolutamente positiva: il contratto unico di inserimento (CUI) e le nuove regole per i contratti a tempo. Queste novità vengono recepite da un disegno di legge proposto un anno fa circa da un gruppo di senatori (tra cui Nerozzi ed Ichino) che a loro volta si ispirano alle linee guida studiate dagli economisti Boeri e Garibaldi (autori del sito lavoce.info).

Contratto unico di ingresso

Ad oggi esistono decine di contratti collettivi del lavoro, diversissimi tra loro, ognuno di essi ha una classificazione diversa per la paga, le ferie, la gestione delle malattie, la tredicesima, il periodo di prova e di preavviso, etc… Questo crea una non equità tra lavoratori dei diversi settori, ma anche una spesa eccessiva per la gestione di tutti i contratti.

La riforma prevede un contratto unico di ingresso diviso in due fasi:

-fase di ingresso

-fase di stabilità

Nella fase in ingresso, che potrà durare fino a tre anni, se il datore di lavoro licenzia senza giusta causa, senza cioè motivazioni di tipo disciplinare, non avrà l’obbligo di reintegrare il dipendente, ma potrà risarcirlo pagando una penale pari alla paga di cinque giorni lavorativi per ogni mese lavorato.

Nella fase di stabilità il lavoratore godrà delle tutele riservate ai contratti a tempo indeterminato.

Con la riforma il periodo di prova si allunga fino a tre anni, ma con la trasformazione, al termine del periodo, in contratto a tempo indeterminato.

Il punto di partenza di questa riforma è la presa d’atto che l’attuale mercato del lavoro ha visto erodere la tradizionale fattispecie del lavoro stabile, creando un mercato del lavoro parallelo molto più vicino al precariato che alla flessibilità. Molti sono inoltre i lavoratori che pur avendo in teoria un “contratto a tempo indeterminato” sono deboli contrattualmente, parliamo di occupati addetti alle cooperative sociali, alle ditte di pulizia, ai servizi alla persona, alla sanita` privata, etc… (circa tre milioni di lavoratori).

Insomma si parla di “semplificare” il mercato del lavoro a costo praticamente zero, dando maggiori garanzie e vantaggi ai lavoratori, che se è vero che all’ingresso avranno un periodo di prova di tre anni (dove comunque vi sarà un indennizzo se interrotto da parte del datore di lavoro), avranno maggiori garanzie nel futuro e soprattutto i datori di lavoro saranno più propensi ad assumere.

Lavoro a termine

Negli ultimi anni si è spesso fatta confusione tra flessibilità e precariato (ed oserei dire delle volte “sfruttamento”). Faccio un esempio: se prendo in affitto una casa con contratto di quattro anni, la pago TOT, se la affitto per tre mesi non posso pretendere di avere la stessa cifra, la pagherò di più. Secondo questo principio non si capisce come oggi un’azienda che assume un lavoratore a tempo, per alcuni mesi, può pensare di pagarlo meno di quanto lo pagherebbe assunto a tempo indeterminato. Questo sarebbe precariato (quello che purtroppo abbiamo oggi). La flessibilità esiste, ma va pagata, se quindi l’azienda vuole usufruirne deve necessariamente spendere qualcosa in più.

In tutto questo negli ultimi dieci anni, qualcosa di positivo hanno fatto le Agenzie per il Lavoro (somministrazione) che per legge non prevedono un salario al lavoratore somministrato inferiore a quello del lavoratore a tempo indeterminato, l’azienda poi pagando anche la percentuale dell’agenzia spende di più, dimostrando quindi di volere realmente “flessibilità” e non semplicemente volere un “precario” per risparmiare.

Con la nuova riforma si prevede un salario minimo lordo di 25.000 euro annui per i rapporti a tempo determinato (per il full-time e naturalmente riproporzionato sul periodo di lavoro). Inoltre, allo scopo di aumentare la partecipazione dei datori di lavoro ai costi sostenuti dalla collettivita` per il mancato rinnovo di tali contratti, si prevede per essi l’incremento di un punto percentuale dell’aliquota contributiva per l’assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione involontari.

Il disegno di legge prevede anche delle tutele riguardanti l’utilizzo spesso sconsiderato di contratti di collaborazione o a progetto ed affini:

il presente disegno di legge propone che, in caso di compenso inferiore a 30.000 euro lordi annui, il rapporto di lavoro autonomo continuativo, di lavoro a progetto e di associazione in partecipazione, con committenza pubblica o privata, dal quale il prestatore tragga piu` di due terzi del proprio reddito di lavoro complessivo, sia considerato a tutti gli effetti un contratto unico di ingresso, a meno che il lavoratore sia iscritto a un albo o un ordine professionale incompatibile con la posizione di dipendenza dall’azienda.

In pratica sotto i 30.000 euro di compenso si passa al contratto unico a tempo indeterminato.

Per concludere sono convinto che queste riforme possano tutelare certamente il lavoratore, ma allo stesso tempo non scontentino le aziende che avranno comunque strumenti chiari e semplici da utilizzare in tema di flessibilità e nuove assunzioni.


 

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