Contratto da stagista: come è strutturato e cosa prevede

Non è un vero e proprio contratto e non c'è un'effettiva retribuzione, ma non scoraggiatevi: il tirocinio in azienda può spianare la strada a una promettente carriera

Mettiamolo subito in chiaro: lo stage può essere una ghiotta opportunità di formazione, a patto che tutti i soggetti coinvolti facciano il loro dovere e rispettino le condizioni negoziate all’inizio. Mettere piede in un’azienda come tirocinante può voler dire, infatti, acquisire il know-how utile a diventare un professionista capace ed apprezzato. Ma non prendiamoci in giro: in molti casi, gli stagisti vengono costretti a svolgere mansioni dequalificanti e tornano a casa con un bagaglio esprerenziale modesto. Per evitarlo, è opportuno che ci si impegni al massimo e che si arrivi informati e preparati all’appuntamento. Cerchiamo allora di capire cos’è effettivamente un contratto da stagista, cosa prevede e come è bene sfruttarlo ai fini della propria carriera.


Contratto da stagista: cosa è?  

Non si tratta, in realtà, di un vero e proprio contratto, ma di un accordo siglato tra un ente promotore – che può essere una scuola, un’università, un centro per l’impiego, un centro di formazione, un ente pubblico, una comunità terapeutica o una cooperativa sociale – e un ente ospitante – che può essere un’azienda pubblica o privata o un ente no-profit.

Cosa prevede? 

Questa particolare titpologia contrattuale contempla la stipula di un progetto formativo nel quale devono essere indicate tutte le condizioni di lavoro dello stagista. Nello specifico: il progetto formativo, che prevede il coinvolgimento (imprescindibile) di un tutor aziendale e di un tutor nominato dall’ente promotore, deve indicare:

  • la durata dello stage;
  • l’orario di lavoro;
  • la sede di lavoro;
  • gli obiettivi da raggiungere (col supporto del tutor);
  • gli obblighi dello stagista (l’impegno, ad esempio, a rispettare la riservatezza delle informazioni aziendali e, più in generale, ad attenersi al codice comportamentale che vige nella struttura ospitante).

A chi si rivolge?

Lo stagista è, per antonomasia, un giovane che vuole muovere i primi passi nel mondo del lavoro e che, molto spesso, prova a farlo quando è ancora impegnato nel suo percorso di studi (presso un istituto superiore o un’università). Ma nulla osta che possano sottoscrivere un contratto da stagista anche gli inoccupati o i disoccupati che cercano di inserirsi o reinserirsi nel mercato del lavoro.

Quanto dura?

La durata dello stage è variabile: si va da un minimo di 3 mesi a un massimo di 2 anni. Più precisamente:

  • i tirocini formativi e di orientamento non possono durare più di 6 mesi;
  • i tirocini di inserimento e reinserimento al lavoro non possono durare più di un anno;
  • i tirocini a favore di soggetti svantaggiati non possono durare più di un anno;
  • i tirocini a favore di soggetti disabili non possono durare più di due anni.

Deve essere retribuito?

E’ la questione più spinosa: bisogna innanzitutto chiarire che, non trattandosi di un vero e proprio contratto, non è prevista un’effettiva retribuzione, ma un’indennità di partecipazione (meglio conosciuta come rimborso spese). Ma attenzione: occorre fare una distinzione tra stage curriculari (che coinvolgono gli studenti) ed extracurriculari (che interessano i neo-laureati, i disoccupati o gli inoccupati). Nel primo caso, l’indennità non è obbligatoria; nel secondo, sì e può andare da un minimo di 300 a un massimo di 600 euro lordi al mese.

Contratto da stagista: cosa altro c’è da sapere?

Chi si appresta a svolgere uno stage deve sapere che il periodo che trascorrerà in azienda (o in qualsiasi altra struttura ospitante) non prevede il versamento di contributi ai fini pensionistici. Di contro, però, lo svolgimento dello stage non comporta la perdita dello stato di disoccupazione perché il periodo formativo non è equiparabile ad un lavoro dipendente.

Di più: lo stagista non gode degli stessi diritti degli altri dipendenti – non può, ad esempio, maturare ferie e permessi – ma, come tutti gli altri, è coperto da un’assicurazione obbligatoria, in caso di infortunio sul posto di lavoro.

E’ bene inoltre sapere che, onde evitare che lo strumento dello stage si trasformi in una pratica di diffuso sfruttamento a basso costo (in alcuni casi, a costo zero), sono state poste delle limitazioni. Nel dettaglio:

  • le aziende con un massimo di 5 dipendenti possono accogliere soltanto uno stagista al loro interno;
  • le aziende con un numero di dipendenti compreso tra le 6 e le 19 unità possono accogliere massimo due stagisti al loro interno;
  • le aziende con più di 20 dipendenti non possono avere un numero di stagisti superiore al 10% dell’intero organico.

Considerazioni finali

E’ vero: a molti stagisti tocca in sorte (almeno all’inizio) di fare le fotocopie e di smistare le telefonate, ma non bisogna demoralizzarsi troppo perché – nella stragrande maggiornaza dei casi – si tratta solo di una condizione transitoria. Se si dimostrerà di avere voglia di fare, le cose non potranno che volgere per il verso giusto. Il consiglio è quello di entrare in azienda con umiltà ed entusiasmo e di seguire le indicazioni del tutor. Lo stagista ha la concreta possibilità di fare gavetta, di osservare le risorse più esperte e navigate, di fare tesoro dei loro consigli e delle loro buone pratiche. Se saprà sfruttare al meglio l’occasione e riuscirà a cementare rapporti solidi, la strada non potrà che essere in discesa. Quanto all’aspetto economico: focalizzarsi sulla scarsa (o mancata) retribuzione genererà solo frustrazione e disaffezione per quello che si sta facendo. Ci si sforzi, piuttosto, di pensare a questa esperienza come ad un investimento. Che prima o poi sortirà i suoi fruttuosi risultati.



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