Contratti di solidarietà: cosa sono e a cosa servono

I contratti di solidarietà sono stati pensati per evitare i licenziamenti di massa. In Germania furono introdotto già nel 1901

Spesso sentiamo parlare di contratti di solidarietà. Detti anche contributi di solidarietà. Ma cosa sono? I contratti di solidarietà sono una tipologia di contratto di lavoro basata sulla riduzione del monte ore e della retribuzione per tutti i dipendenti. A cosa servono i contratti di solidarietà? Consente di evitare i licenziamenti individuali e collettivi, mediante il risparmio di ore lavorate sulla totalità della forza-lavoro. Viene inoltre utilizzato come strumento contrattuale per mantenere le diverse professionalità all’interno delle aziende. Per scongiurare la chiusura di una attività o la delocalizzazione di alcuni settori.


 

Di seguito cerchiamo di capirne di più sui contratti di solidarietà.

Ratio alla base dei contratti di solidarietà

I contratti di solidarietà partono dal postulato economico secondo cui se si è verificato un calo del fatturato del 50%, non è possibile recuperarlo tagliando il 50% del costo della forza lavoro. Quindi, licenziando metà personale. Ciò in quando la produttività del lavoro (definibile anche fatturato per addetto) è un multiplo del costo del personale per addetto. Ancora, una parte consistente delle ore complessive lavorate presso una azienda, non si riferisce ad attività fisiche di trasformazione del prodotto. Infine, anche per i costi diretti relativi alle ore per cui si è lavorato ad un prodotto, l’operazione è del tutto automatizzata e la macchina lavora su turno non presidiato.

Il licenziamento del personale, non è da considerarsi un semplice taglio di costi economici. Viene infatti a mancare il cosiddetto “know-how”, il che costituisce generalmente un danno notevole per le imprese. Sia perché le competenze legate al core business possono finire in altre aziende magari pure concorrenti; sia perché si possono perdere delle competenze specifiche insite in chi per anni ha lavorato in azienda.

Poi c’è il discorso del rimpiazzamento del personale. Occorre eventualmente selezionarlo, formarlo. Il tutto comporta dei costi. La mancata capitalizzazione in azienda del fattore umano può ritardare o far perdere del tutto le congiunture favorevoli ad una ripresa economica.

Pertanto, in conclusione, per scongiurare licenziamenti che comportano danni all’azienda e alla società, si possono attuare in alternativa i contratti di solidarietà.

Come funzionano in Italia i contratti di solidarietà

In Italia, i contratti collettivi di solidarietà sono stati introdotti nel 1984, mediante il decreto legge 30 ottobre n. 726, convertito poi in legge 19 dicembre 1984 n. 863 l’anno seguente. Cosa prevede la legge? In sostanza, che le aziende che abbiano stipulato appositi contratti collettivi aziendali di lavoro con i sindacati aderenti alle confederazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale, possano ricorrere a tali tipologie contrattuali. Esistono due tipi di contratti di solidarietà:

  • difensivi: chiamati così perché hanno la finalità di evitare il licenziamento degli operai considerati in eccesso in caso di crisi. In questo contratto è anche prevista un’integrazione del 60% della retribuzione persa.
  • espansivi: incentivare nuove assunzioni con una riduzione dell’orario lavorativo e della retribuzione anche ai dipendenti già sottoposti a contratto.

Nel 1993, con apposita legge, si estese la prima tipologia di contratto di solidarietà anche alle imprese non rientranti nel regime di cassa integrazione guadagni straordinaria (CIGS).

Contratti di solidarietà: il caso della Germania

La Germania è stata di gran lunga antesignana anche in questo. La riduzione di orario (in tedesco chiamata Kurzarbeit ) esiste già dal 1910. Essa introdusse il meccanismo di integrazione salariale dello Stato in caso di accordo fra datore e sindacati per la riduzione collettiva dell’orario di lavoro, al fine di scongiurare licenziamenti collettivi. Il governo di allora con questo strumento voleva avere un triplice effetto:

  • evitare licenziamenti di massa, con danni sociali enormi;
  • trattenere le varie professionalità nelle aziende (per evitare i problemi sopra enunciati);
  • contenere la disoccupazione. La quale, se di lungo periodo, comporta la rinuncia a cercare un nuovo impiego e ad aggiornare le proprie competenze. Il che porta ad una perdita delle competenze acquisite e un danno psicologico della persona. Oltre che per tutto il sistema economico nazionale.

L’integrazione statale del salario è stata pensata per incentivare l’utilizzo di questo strumento ma anche aiutare quei lavoratori il cui reddito è già medio-basso.




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