Contratti flessibili nelle amministrazioni pubbliche: l’Europa censura l’Italia

L’Europa censura l’Italia sui contratti flessibili nelle amministrazioni pubbliche. A dicembre la Corte di Giustizia europea ha infatti deliberato due provvedimenti che potrebbero dare un duro colpo all’apparato tricolore delle norme lavorative sui precari della Pubblica Amministrazione, potendo potenzialmente indurre il nostro Paese a intervenire frettolosamente in materia al fine di rispettare le intuizioni giunte dalla Corte continentale.


Norme che, a ben vedere, riguardano decine di migliaia di precari (più di 230 mila), e che non sembrano essere sulle scrivanie dell’attuale governo, con il ministro D’Alia che – replicando a quanto affermato dalla Corte – ha ricordato che il proprio esecutivo è già intervenuto per superare il precariato, e che “stabilizzazioni di massa” sarebbero pressochè impossibili.

Ma quali sono le valutazioni compiute dalla Corte? Secondo quanto osservato in ambito europeo, le norme presenti in Italia costituirebbero una lasciapassare piuttosto “comodo” per la realizzazione di rapporti di lavoro di “storica” precarietà, in violazione della Direttiva 1990/70/CE sui vincoli al lavoro a tempo determinato nel pubblico impiego.

In maniera ancora più specifica, la Corte ha dichiarato “l’illegittimità della legislazione italiana in materia di precariato pubblico, accertando che l’Italia e la normativa interna non riconoscono e non garantiscono ai lavoratori pubblici precari le tutele e le garanzie previste dal legislatore europeo” e, in particolar modo, quella norma che prevede per il lavoratore danneggiato dai contratti a tempo determinato solamente il diritto di richiedere un risarcimento del danno subito (tra l’altro, dopo aver faticosamente e difficilmente dimostrato che i continui contratti a tempo determinato gli hanno provocato la rinuncia a una migliore opportunità di lavoro).
 

Pronta è stata la replica del Ministro per la PA e per la semplificazione, Gianpiero D’Alia. Il rappresentante dell’esecutivo Letta ha infatti respinto al mittente le eventuali polemiche, affermando che “la sentenza della Corte di Giustizia Europea non giunge certo come una novità, visto che il governo nel frattempo è già intervenuto con il decreto 101, convertito in legge, che ha come obiettivo proprio il superamento definitivo del fenomeno del precariato”. Ancora, aggiunge D’Alia, “da un lato abbiamo introdotto il principio secondo cui l’unico modo per accedere nella Pa è a tempo indeterminato, se non per esigenze eccezionali e motivate, pena la nullità del contratto con sanzioni disciplinari ed economiche per il dirigente che viola questa norma. Dall’altro abbiamo previsto, nell’ambito dei posti e delle risorse finanziarie disponibili, un sistema di inserimento stabile e meritocratico nelle Pa attraverso concorsi riservati per quei precari che da almeno tre anni negli ultimi cinque, con il loro lavoro, mandano avanti le amministrazioni”. Quindi, rivolto espressamente a una parte del mondo sindacale, il ministro si dice dispiaciuto che nel dare certe valutazioni “un sindacato come la Cgil non tenga conto dei passi avanti compiuti fino a oggi, in una situazione emergenziale e con risorse ridotte che non consentono certamente stabilizzazioni di massa”.
 




CATEGORIES
Share This

COMMENTS