Conciliazione facoltativa: come funziona dopo il Jobs Act

Per diminuire il contenzioso giudiziario il Governo ha introdotto una nuova procedura di conciliazione facoltativa, attivabile da parte del datore di lavoro in caso di licenziamento

Il decreto legislativo n.23 del 4 marzo 2015, uno dei due attuativi del Jobs Act finora emanati, ha disciplinato il nuovo contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato a tutele crescenti. Oltre alle novità in tema di licenziamenti, ha introdotto anche una  nuova procedura di conciliazione. Vediamo qual è. La nuova conciliazione, prevista dall’art. 6 del decreto, sarà facoltativa e attivabile da parte del datore di lavoro, che non dovrà più tentare quella obbligatoria prevista dalla legge n. 604 del 1966.


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Come funziona la nuova conciliazione facoltativa

Nelle ipotesi di licenziamento illegittimo, ovvero non sorretto da un giustificato motivo oggettivo (che riguarda l’azienda) o soggettivo (che riguarda il lavoratore) o senza giusta causa, il datore di lavoro può attivare la nuova procedura di conciliazione, in una delle sedi indicate dall’art. 2113 c.c. (l’autorità giudiziaria, le Direzioni territoriali del lavoro, le sedi sindacali e le commissioni di certificazione dei contratti di lavoro). Per evitare o arrestare l’eventuale via giudiziaria intrapresa dal lavoratore, entro 60 giorni dall’invio della comunicazione scritta del licenziamento, il datore di lavoro può offrire al licenziato un importo pari a tante mensilità quanti sono stati gli anni di servizio.

L’ammontare di ciascuna mensilità deve essere pari all’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR, non soggetta a contribuzione previdenziale né a imposizione tributaria. La somma, che deve essere corrisposta tramite assegno circolare, non può essere inferiore alle due mensilità né superiore alle diciotto. Nel caso datore e lavoratore si accordino per una somma superiore, l’eccedenza è soggetta a tassazione e contribuzione ordinaria. L’accettazione dell’offerta da parte del lavoratore comporta l’automatica rinuncia all’impugnazione del licenziamento davanti al Tribunale o l’abbandono dell’eventuale azione giudiziaria già intrapresa.

L’introduzione della nuova forma di conciliazione mira a ridurre il contenzioso nella aule di giustizia, anche se può essere applicata soltanto agli operai, impiegati e quadri assunti dopo il 7 marzo 2015, agli apprendisti confermati dopo l’entrata in vigore del decreto e ai lavoratori delle aziende che hanno superato i 15 dipendenti sempre dopo tale data.

L’obbligo di comunicazione della conciliazione

Per verificare l’effettivo utilizzo e la reale utilità della nuova conciliazione, il decreto ha disposto che, insieme alla comunicazione obbligatoria telematica di cessazione del rapporto di lavoro (Modello Unificato Lav) fatta al Centro per l’impiego competente, il datore di lavoro deve inoltrarne un’altra. Infatti entro sessantacinque giorni dal licenziamento, il datore deve dare atto dell’eventuale conciliazione facoltativa tentata o riuscita. Il mancato invio della stessa è punito con una sanzione amministrativa pecuniaria che può oscillare dai cento a cinquecento euro per ogni lavoratore interessato.

 

 



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