Come vincere un bando ministeriale: intervista a Diletta Pignedoli, vincitrice bando MIUR

vincere bando ministeriale

Come vincere un bando ministeriale? Bisogna partecipare e provarci, ma attenzione: bisogna farlo nel modo giusto. A qualcuno forse sembrerà impossibile, qualcosa di troppo “lontano” dalla realtà dei comuni mortali. Noi però abbiamo voluto fare chiarezza e non è assolutamente così. Non c’è niente di trascendentale nell’accedere ad un bando indetto da un qualsiasi ministero e non c’è niente di trascendentale nemmeno nel vincerlo. Ci vuole un po’ di fortuna certo, ma soprattutto tanta, tanta attenzione, competenze di alto livello e mirate sul progetto con il quale si decide di concorrere ed essere in grado di capire la natura stessa del bando. Ne è testimone la giovanissima Diletta Pignedoli, manager culturale di Spazio Gerra a Reggio Emilia nonché vincitrice di un bando ministeriale indetto nel luglio 2012 dal Miur (Il Ministero dell’Istruzione), denominato Smart Cities and Communities and Social Innovation con le risorse del quale ha dato vita al progetto Museum Reloaded. Diletta, poco più che ventenne ma dalle idee già chiarissime, in poco meno di  dieci minuti d’intervista ha condensato tutto quel c’è da sapere per vincere un bando ministeriale.


Allora Diletta,  vincere un bando ministeriale, come si fa?
Io consiglio di tenersi sempre aggiornati andando sul sito del Ministero e sul sito della Regione, soprattutto nella sezione dedicata alle start up in quanto, specie per chi si occupa di cultura ma anche di innovazione, è fondamentale poter accedere a questi bandi: l’alternativa sarebbe basarsi sull’auto-finanziamento. Quindi consiglio di tenere tutto monitorato e poi di non sentirsi non all’altezza perché basta leggere le richieste che vengono fatte nel bando e cercare di rispondere nella maniera più adeguata possibile, senza sviare dal tema: un po’ come fare un tema a scuola! Non è solo invenzione e il plus è che non possiamo presentare idee troppo strampalate o che non stanno in piedi ma devono essere verificate da studi di fattibilità, da un business plan e quindi da accurate ricerche di mercato.

Quindi quello che succede in ambito privato, succede anche nell’ambito pubblico?
I finanziamenti dal settore pubblico sono finalizzati per la gran parte alla costruzione di start up d’impresa e si basano sugli stessi criteri degli investitori privati. Quindi se presenti un progetto che non può avere futuro, che non può avere un ritorno, che non si può auto-finanziare e auto-sostenere tramite un’attività è molto difficile che venga concesso un finanziamento: questo perché l’obiettivo del finanziamento stesso è quello di creare valore e se il progetto è già fallimentare in partenza ovviamente può essere bello ma rimane non realizzabile. Per questo è necessario porre molta attenzione alla compilazione del business plan.

Come si scrive un business plan?
Le linee guida si trovano sul web, che ormai è la fonte d’informazione maggiore. Si parte con l’analisi di mercato ovvero capire qual è il proprio target di riferimento. È importante capire inoltre quali sono i propri competitors cioè coloro che hanno già strutturato progetti simili, quali sono i punti di forza del progetto e quali i punti di debolezza, quali i punti di forza e di debolezza dei competitors. Si tratta di verificare che il progetto si inserisca in una sezione di mercato “libera” in un certo senso, che trovi risposta in un target ben preciso: per questo è molto importante “studiare” la propria offerta e in quale misura possa rispondere a quella che è la domanda di mercato. Queste le linee generali, poi esistono tanti modelli, come il Business Model Canvas, che è uno strumento che permette tramite uno schema di verificare che nel business plan non manchi neanche un tassello: individua tutte le sezioni da analizzare e da completare e verifica soprattutto che sia connesse tra di loro. I metodi ci sono insomma ma serve ovviamente molta ricerca.

E per quanto concerne l’idea da proporre?
Direi che servono creatività e innovazione ma non ci si inventa niente! Io non è che abbia inventato qualcosa che prima non esisteva: semplicemente ho accostato tra loro elementi che fino ad allora non erano “legati”. Ecco questo è importante, il remix. Creare connessioni tra ambiti che fino ad allora sembravano scollegati. Nel mio caso mi sono occupata di scuole e musei, quindi ho avvicinato due settori complementari che hanno bisogno l’uno dell’altro per la ricerca culturale, per lo scambio di informazioni e per la fruizione di beni culturali che però spesso e volentieri si toccano in maniera marginale o si avvalgono di metodologie obsolete e comunque non dell’utilizzo delle tecnologie, che invece possono aumentare il livello di fruizione in maniera più creativa e di sicuro mettere in rete più musei e più scuole, creando percorsi inediti.

Qual è secondo te la giusta mentalità per uno startupper?
Ti parlo della mia esperienza per quanto riguarda i bandi ministeriali. Tieni conto che sono tutti progetti rivolti alla collettività. Chi propone un progetto, come me in questo caso e a maggior ragione in qualità di under 30, deve fornire un servizio che dia un valore aggiunto alla comunità e alla cittadinanza quasi a svolgere appunto una funzione pubblica: certo si ha comunque un “ritorno” nel privato perché si attiva un servizio che ha una propria sostenibilità e quindi ovviamente chi lavora viene pagato, però sempre con l’attenzione a re-investire gli utili nel progetto stesso. Quindi il consiglio è di non puntare su business plan troppo rigidi che guardino al proprio tornaconto personale: nel mio caso e in quello degli under 30 in generale, è previsto anche che una parte di co-finanziamenti vada al volontariato. Una bella novità del Ministero da questo punto di vista, per evitare di avere finanziatori che poi ad attività avviata rivendichino diritti sulle creazioni, come ad esempio accade nel privato. Come vedi i buoni propositi ci sono tutti ora non resta che mettersi al lavoro!

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