“Ho bisogno di questo posto!”: dirlo o no ad un colloquio di lavoro?

"Ho bisogno di questo posto!" Dirlo o no al colloquio? Una bella domanda che probabilmente non ha una risposta certa. Ma evitare di dirlo a priori è sbagliato.

Tra le innumerevoli liste di cose da dire, fare e non fare riguardanti l’affrontare un colloquio di lavoro, non è per niente raro imbattersi in blog ed autori anche molto specializzati che consigliano di non dire al selezionatore di turno qualcosa come “ho bisogno di questo posto!”. Insomma, non bisogna mostrare le proprie “debolezze”, se così possiamo definire la mancanza di un lavoro. Ma sarà proprio vero? Una volta chiamati a colloquio è meglio esprimere la nostra necessità e, per così dire “mettersi nella mani” di chi si ha davanti, o fare finta di essere “interessati ma anche no” nonostante il posto in ballo abbia in quel dato momento un’importanza fondamentale? Cerchiamo di capirci qualcosa in più:


Tra le motivazioni per le quali la frase “ho bisogno di questo posto!” non andrebbe mai pronunciata, ce ne sono alcune che appaiono perlomeno dettate da considerazioni molto personali. Come quella che spiega che le offerte di lavoro girano attorno alle necessità dell’azienda e non a quelle del candidato. E’ sicuramente vero, ma il fatto stesso che ci si candidi per un posto di lavoro qualsiasi, esprime già in automatico la necessità di averlo, quel posto. O comunque, almeno, la necessità di volersi informare su in cosa consista effettivamente quel lavoro. Di conseguenza nascondere il fatto di avere bisogno di quel posto di lavoro può risultare addirittura in contrasto con il fatto stesso di essersi candidati.

Un’altra ragione che si può ritrovare nei post di settore è quella che dice che il farsi vedere disperati o quasi, induca il selezionatore a pensare che chi ha davanti sappia solo “piangere miseria” per ottenere quello che vuole, senza essere in realtà davvero interessato al “cuore” di ciò per il quale si sta mostrando senza speranza. Detto in parole povere, “ho bisogno di questo posto!” verrebbe tradotto come “ho bisogno dello stipendio che mi darete”. Poi, il fatto che una volta ottenuto il lavoro quest’ultimo venga svolto con tutti i crismi è un’altra storia. L’importante insomma, sarebbe (solo) lo stipendio ed un recruiter, che deve fare gli interessi della sua azienda, non può certo permettersi di assumere uno scansafatiche solo perché questo si mette a piangere davanti a lui.

Anche qui c’è da discutere non poco. Sarà sicuramente vero che qualche bravo attore possa riuscire a farsi passare come il miglior lavoratore del mondo solo per “attaccare il cappello”, ma la generalizzazione di una simile possibilità è totalmente sbagliata. La crisi ed il conseguente aumento spropositato della disoccupazione, in Italia più che in altri paesi, ma certamente non solo qui, ha generato una quantità praticamente incalcolabile di ottimi lavoratori rimasti senza un impiego. Lavoratori che per giunta sono spesso specializzati ed esperti, caratterizzati da un’indescrivibile voglia di dimostrare ancora una volta il loro valore. Bisogna tenere presente che un lavoratore esperto è un lavoratore che negli anni ha appreso tecniche, pratiche, trucchi, segreti, manualità, velocità, e chi più ne ha più ne metta. Per poter fare questo ha dovuto e voluto impegnarsi al meglio. Non basta passare 20 anni in azienda per definirsi esperto. Questo tipo di lavoratore, che può avere in media dai 35 ai 55 anni, ha quasi sempre una famiglia ed è chiaro che per lui avere un impiego è cosa irrinunciabile. Ed è quindi plausibile che non si faccia problemi a spiegare la cosa così come effettivamente è a chi dovrebbe assumerlo.

Proviamo ora a vederla dalla parte del selezionatore: è vero come accennato sopra che uno dei principali compiti di chi è deputato ad assumere sia quello di accertarsi nel miglior modo possibile che l’assunto non sia uno di quelli che, una volta trovato il posto, cerchi di scansare ogni sforzo possibile e che quindi il recruiter debba stare attento che dietro un “ho bisogno di questo posto!”, detto magari con un certo pathos, non si  nascondano improbabili mestieranti . E’ altrettanto vero però che la stessa frase potrebbe “nascondere” una persona chiara e trasparente che avendo bisogno di lavorare non si fa problemi a dirlo. E’ facilmente comprensibile come, per un’azienda, affidare un posto di lavoro ad una personalità di questo tipo sia solo un guadagno.  Ed alla fine il lavoro del selezionatore è proprio quello di capire chi ha di fronte. Ok, le competenze, ok l’esperienza, ma le attitudini personali e l’onestà intellettuale del candidato sono due caratteristiche la cui valutazione è di fatto irrinunciabile. Un professionista delle risorse umane ben conosce la questione e certo non si fisserà esclusivamente sul fatto che chi ha davanti potrebbe stare piangendo miseria per attaccare il cappello.

Azienda grande vs azienda piccola, c’è differenza?

ho bisogno di questo postoRispetto al problema dell’esporsi nel comunicare ad un colloquio di aver bisogno del posto di lavoro (o non farlo), c’è qualche differenza se la realtà per la quale ci si sta candidando è piccola o grande? Di primo acchito verrebbe da rispondere di sì, se non altro per il fatto che in un’azienda con qualche centinaio di dipendenti, capita che il lavoro e la professionalità del singolo risulti attenuata nel suo essere tenuta in considerazione, cosa che invece in una realtà con 5-10 dipendenti non succede. Anzi, è solitamente il contrario: c’è chi, letteralmente, tiene su l’azienda dimostrando maggiore competenza, esperienza ed impegno rispetto ad altri.  Succede infatti, anche se non è certo sempre così, che gran parte della produzione di aziende di queste dimensioni  “giri” intorno ai cosiddetti pilastri. Va considerato quindi che il dire “ho bisogno di questo posto!” al colloquio per un lavoro in una realtà di dimensioni ridotte può risultare più efficace, inducendo a pensare chi deve assumere qualcosa come “Beh visto che ha così bisogno s’impegnerà al massimo per tenerselo sto benedetto posto”.

Non è però così scontato che un recruiter di una grande azienda non faccia lo stesso tipo di ragionamento, anzi, tutt’altro: se è vero che la valutazione della professionalità, in itinere (ovvero durante lo svolgimento del lavoro) possa parzialmente “perdersi” (e non è comunque detto che accada), difficilmente questo succederà prima dell’essersi conquistati il posto. Come spiegato sopra, il selezionatore deve accertarsi di assumere il candidato migliore per l’impiego a disposizione.

Quindi? Dirlo o no?

Una risposta certa probabilmente non c’è. Quel che è sicuro però, è che eliminare a priori la possibilità di giocarsi un’arma del genere appare un errore piuttosto grossolano. Uno dei trucchi è plausibile stia nel carpire la personalità del selezionatore, nello stesso modo in cui quest’ultimo cerca, durante il colloquio, di scoprire quella del candidato. Un altro trucco è quello di conoscere la realtà per la quale si sta affrontando il colloquio (anche questo “tip” è consigliatissimo, a piena ragione). Sapere che cosa fa, in che modo lavora e se possibile chi vi opera all’interno sono tutti dati che possono fornire informazioni importanti nel valutare la possibilità di sfoderare un “ho bisogno di questo posto!”, detto al momento giusto e senza inutili piagnistei.

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