Colloqui di lavoro in libreria, ovvero tornare ad una dimensione più umana

Chi racconta, informa, forma e insegna e chi agisce e si sporca le mani. Due mondi (del lavoro) spesso troppo distanti vengono messi a confronto nella rassegna itinerante "Colloqui di lavoro in libreria".

Ormai da molti anni il lavoro viene descritto, raccontato, valutato ed interpretato quasi esclusivamente nella sua dimensione numerica. Le due domande che ricorrono continuamente sono “Hai un lavoro?” e “Quanto guadagni?”. L’averlo, un lavoro, e conseguentemente godere di uno stipendio (più è alto meglio è), non sono certo due dettagli, ma il tema, centrale nella vita di ognuno, non può certo ridursi solo a quei due interrogativi. E’ quanto spiega Stefania Zolotti , direttore di Senza Filtro, la rivista online che, proprio allo scopo di riportare l’attenzione su una dimensione più umana del lavoro, ha organizzato la rassegna culturale itinerante “Colloqui di lavoro in libreria”, già presente a Milano e Padova e che a breve sbarcherà anche a Bologna e Firenze. Si tratta di un’iniziativa particolare, decisamente innovativa, dove autori di libri sul tema lavoro incontrano manager e imprenditori (ovvero uomini d’azione) sviluppando un confronto di punti di vista sulla quotidianità lavorativa piuttosto arduo da ritrovare, vista la a volte fin troppo netta (ed errata) separazione tra il mondo delle parole e quello dei fatti.  Tra quello insomma, di chi insegna, forma, spiega racconta e quello di chi agisce. Abbiamo voluto saperne di più: le nostre domande, le abbiamo rivolte direttamente a Stefania Zolotti.

Come e perché è nata la rassegna Colloqui di lavoro in libreria?

CdL è il progetto che SF ha generato naturalmente dalle sue corde dopo i primi tre anni online durante i quali il segnale più forte che ci è arrivato dai lettori è il desiderio di recuperare una dimensione culturale del lavoro. Siamo tutti sopraffatti dai tempi e dai ritmi coi quali il lavoro – di ogni genere e in ogni dove – ci tiene sotto scacco. Soltanto iniziando a recuperare dentro di noi un’immagine differente del suo valore, potremo riuscire a ritrovarne la giusta dimensione anche in termini di qualità della vita. CdL è una rassegna che risponde a tutto questo perché mette la relazione al centro del progetto e i libri, ai quali ci stiamo sempre più disabituando, sono un potente canale di comprensione della società in cui viviamo.

In che modo avete selezionato gli autori dei libri che partecipano agli incontri?

La scelta dei libri, in totale 8 per questa prima fase della rassegna, si è orientata su due binari ben precisi: temi legati al lavoro ma che avessero una quotidianità in cui chiunque potesse riconoscersi e autori dal pensiero moderno, veloce, narratori capaci di raccontare le modifiche che si stanno imprimendo sul mercato del lavoro e sugli esseri umani che ne fanno parte. Con i CdL, la forza di questi autori è stata rafforzata dalla presenza in affiancamento di imprenditori, manager, professionisti che sapessero bilanciare il tema al centro del libro con la loro esperienza generata dall’osservatorio quotidiano da cui rivestono certi ruoli professionali. Ancora una volta la relazione, quindi.

A chi è rivolta e quale messaggio vuole diffondere la vostra rassegna culturale?

La linea di CdL volutamente non ha scelto un target definito come pubblico, non a caso siamo voluti andare dentro le librerie cittadine, in mezzo a persone che potevano avere qualsiasi tipologia di provenienza e di interesse: SF parla di lavoro e di professioni rileggendoli attraverso la cultura, l’organizzazione, i modelli di comunicazione, le dinamiche sociali. Ogni mestiere condivide la stessa necessità di ritrovare un punto di contatto con l’esterno e con gli altri. Il messaggio, invece, è stato chiaro fin da subito: riportare il tema del lavoro verso le persone, facendole dialogare alla pari degli autori e delle aziende. Soltanto eliminando qualche steccato, avremo la possibilità di guardare in faccia come sta cambiando il mondo del lavoro ed esserne tutti un po’ più consapevoli e responsabili.

Libri di lavoro, dicevamo. Tra gli otto presenti in rassegna ne abbiamo scelto uno, secondo il nostro giudizio più aderente alle esigenze dei nostri lettori. Abbiamo quindi voluto approfondire il contenuto di  “Tuttolavoro. Come cercare e conquistare un posto” (Giunti 2017) di Walter Passerini (già firma di Corriere della Sera, Sole 24 Ore e La Stampa).

Passerini è autore di un testo che fornisce preziosi consigli su come cercare efficacemente un posto di lavoro, conquistarselo e tenerselo ben stretto. Ecco cosa ci ha detto.colloqui di lavoro

Nel suo libro lei distingue in accuditivi ed imprenditivi, ovvero, semplificando molto, tra chi il lavoro lo cerca “aspettandolo” e chi invece cerca di costruirselo con le sue mani. Il confine però si è ormai assottigliato tantissimo, se ancora non è sparito. Ma un accuditivo può realmente diventare un imprenditivo “di successo” facendo di necessità virtù, o le sue probabilità di riuscita, data la sua indole contraria, sono così scarse che sarebbe meglio non ci provasse nemmeno, non rischiando così di sperperare eventuali risparmi messi da parte? In caso positivo, che consigli darebbe a un accuditivo che “cambia”?

La distinzione è paradigmatica e non così netta. Per esempio, si può essere accuditivi (codice del bisogno) o imprenditivi (codice del risultato) varie volte nel corso di una vita. Si è più accuditivi in aree territoriali dove il lavoro è scarso. Si è più imprenditivi quando il territorio è in espansione. Si è accuditivi a 55 anni o imprenditivi a 30, ma anche viceversa. Non esistono categorie statiche e la divisione è anche dentro la singola persona. Quello che vedo dal mio osservatorio è che la domanda di lavoro delle imprese si rivolge sempre di più verso persone attive e intraprendenti, da assumere perché capaci di connettere tra loro le fasi lavorative e di essere dei problem solver (risolutori di problemi), al di là dei mansionari. Si premia quindi l’intraprendente interno a un’azienda e non solo la persona che avvia una startup. Un accuditivo potrà cambiare se, anziché aspettare che qualcuno gli risolva il problema, si metterà in cammino nella costruzione di un proprio progetto lavorativo. Il lavoro del futuro sarà sempre meno dipendente e più intraprendente e imprenditivo. Il lavoro sarà sempre un diritto ma anche e soprattutto un progetto.

Trovare lavoro tramite amici e parenti non sempre equivale alla solita raccomandazione nel senso più negativo del termine, oppure sì? Qual è la sua opinione? Inserirebbe un amico in difficoltà in un’azienda, avendone la possibilità? E se sì, a quali condizioni?

Siamo ancora il paese delle raccomandazioni. L’85% delle persone ancora oggi cerca e trova il lavoro grazie a segnalazioni, raccomandazioni, referenze. Sono termini diversi, ma tutti indicano la prevalenza delle reti personali su quelle professionali. Tra l’altro chi trova lavoro grazie ad amici, parenti, politici e potenti commette sleale concorrenza contro chi non ha reti personali a cui chiedere aiuto. In questo campo giocano le reti date dalle condizioni sociali ed economiche dei singoli e delle famiglie. Aiutare un amico in difficoltà, poi, non è detto che sia un atto mafioso o da clan: l’importante è che l’amico sia almeno competente in qualche cosa, altrimenti si rende all’azienda e a lui stesso un cattivo servizio. Credo che sarà decisivo, come sistema paese, passare dal diritto al lavoro al diritto a servizi efficaci per il lavoro. Rimane il diritto individuale, ma serve anche una maggiore solidità ed efficacia dei servizi pubblici e privati, nel collocamento e nella formazione, che aiutino le persone che perdono il lavoro a ritrovarne un altro. Sono queste le nuove politiche attive del lavoro, su cui abbiamo molto da imparare da altri paesi europei nostri competitori.


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