Collocamento mirato e categorie protette: lavoro e disabili

Tutti i giorni ci accorgiamo di quanto sia difficoltoso trovare un lavoro e integrarsi in una società competitiva in cui regnano le leggi fredde del mercato.


Il problema si rivela ancora più gravoso per chi è affetto da un handicap o una malattia cronica. Il nostro paese ha introdotto diverse normative per favorire l’ingresso dei disabili nel mondo del lavoro.

La Legge 104/92 rende evidente l’importanza del recupero funzionale e dell’integrazione  sociale, familiare, scolastica e soprattutto lavorativa della persona disabile.

L’art. 19 della legge stabilisce che, ai fini dell’avviamento al lavoro, la valutazione della persona  con handicap deve tener conto della capacità lavorativa e relazionale dell’individuo e non solo della sua minorazione fisica e/o psichica. Il programma d’integrazione lavorativa si manifesta attraverso una serie di strumenti di supporto e di accompagnamento, oltre ad incentivi e agevolazioni ai datori di lavoro, affinché adattino il posto di lavoro alle caratteristiche del disabile.

La legge 68/99 abbandonando la filosofia assistenzialistica della legge 482/68, ha strutturato  nuove regole impostandole sul principio di un collocamento del disabile che rispetti le potenzialità lavorative del lavoratore senza,  penalizzare le aspettative dell’azienda che lo assume. Uno degli aspetti più innovativi della Legge 68/99 è il principio del collocamento “mirato”, che si realizza soprattutto attraverso la possibilità di chiamata nominativa.

Per collocamento mirato si intende l’insieme degli “strumenti tecnici e di supporto che permettono di valutare adeguatamente le persone con disabilità nelle loro capacità lavorative e di inserirle nel posto adatto, attraverso analisi di posti di lavoro, forme di sostegno, azioni positive e soluzione dei problemi connessi con gli ambienti, gli strumenti e le relazioni interpersonali sui luoghi quotidiani di lavoro e di relazione” (art 2).

Tuttavia una serie di modifiche alla medesima legge hanno determinato uno svuotamento del senso della normativa sia per i provvedimenti che continuano a calcolare nell’aliquota di disabili da assumere inserendo anche altre categorie come gli orfani e le vedove del lavoro, di servizio e di guerra; sia per la riforma del collocamento ( la legge 30/2003 e il decreto attuativo d.lgs. 276/2003)  in particolare l’art. 14  che riduce il disabile ad una merce di scambio, destinandolo in strutture che non rappresentano certo l’ideale per una sua piena integrazione sociale condannano i disabili all’emarginazione.


I dati della disoccupazione dei disabili sono quasi tre volte superiori a quelli della media della popolazione italiana.

Le leggi purtroppo non bastano per superare forme di ghettizzazione e di esclusione, occorrono il più delle volte una mentalità nuova, modalità  di integrazione lavorativa che possano rispondere alle esigenze di chi vive in una situazione di handicap. Uno strumento di incontro   tra mondo del lavoro e disabilità può essere rappresentato dal “telelavoro”, il quale  permette di ridurre la necessità degli spostamenti quotidiani per raggiungere il posto di lavoro, di accedere più facilmente a lavori gratificanti.

Tutto ciò contribuisce al superamento delle limitazioni imposte dalla disabilità e offre una serie di benefici alle persone, non solo in termini di realizzazione e motivazione personale, ma anche riguardo alla possibilità di ricostruirsi un’immagine sociale positiva di fronte alla comunità di riferimento. L’importanza del telelavoro è stata considerata anche dalle autorità pubbliche, che da alcuni anni favoriscono con apposite norme e progetti l’integrazione delle persone disabili proprio attraverso tale strumento.Ogni progetto di telelavoro destinato a persone con disabilità deve comunque essere accompagnato da adeguati interventi formativi destinati, da un lato agli stessi lavoratori disabili al fine di fornire la piena padronanza delle tecnologie utilizzate e dei contenuti trattati, dall’altro agli addetti all’assistenza tecnica i quali dovranno essere in grado di gestire in modo immediato qualsiasi tipo di guasti o malfunzionamenti della postazione.

Se così non fosse, si rischierebbe di compromettere seriamente il flusso di lavoro e conseguentemente i benefici del telelavoro. Le  tecnologie aggiuntive utilizzate per particolari forme di disabilità potrebbero rappresentare un costo per le aziende.

E’ pur vero che tali costi potrebbero venire compensati dall’aumento della produttività e dall’apporto dei disabili, ma in una fase di start up sarebbe auspicabile l’intervento delle pubbliche amministrazioni, specialmente per le imprese di minori dimensioni per ciò che riguarda l’ammodernamento dei sistemi informatici aziendali.
Il problema della disabilità è un problema ad ampio raggio che necessariamente deve trovare il coinvolgimento e la collaborazione fra tutti gli attori sociali coinvolti: enti pubblici, imprese e associazioni. In particolare è fondamentale che le aziende comprendano l’utilità anche economica che potrebbe discendere dal valore di risorse umane che le persone disabili potrebbero rappresentare soprattutto nell’ambito lavorativo delle nuove tecnologie.



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