Cognome che hai, professione che scegli: cos’è il determinismo nominativo

I latini pensavano che nel nome di ogni uomo fosse scritto il suo destino. Avevano ragione? C'è chi tende a credere di sì

Cosa hanno in comune il velocista giamaicano Usain Bolt e il pilota di F1 Scott Speed? La passione per lo scatto e la velocità che – per uno strano scherzo del destino o per il cosiddetto “determinismo nominativo” – è certificata nel cognome che portano. Il termine “bolt” (fulmine, lampo) e la parola “speed” (velocità) si adattano, infatti, perfettamente alle caratteristiche e agli orientamenti di questi due sportivi, che potrebbero aver dato ascolto al loro subconscio. Il discorso non vi convince? Proviamo a prestare attenzione a chi ha dedicato anni di studio alla questione e sforziamoci di affrontarne l’analisi con una certa apertura mentale (senza pregiudizi). Partendo dal ricordo di quella famosa locuzione latina: “nomen omen”, secondo la quale il destino di ogni singolo uomo sarebbe racchiuso (ed espresso) nel nome.


Cos’è il determinismo nominativo

Si chiama “determinismo nominativo” la teoria (avanzata negli anni ’90) secondo la quale le persone sarebbero portate a fare scelte particolarmente importanti, sulla scorta del livello di connessione o di associabilità che si riscontra nel nome o cognome che portano. Qualche esempio? Le persone che si chiamano Louis tenderebbero a trasferirsi in Louisiana e quelle che si chiamano Laurence o Lauren avrebbero un’alta probabilità di diventare avvocati (lawyer, in inglese). La cosa vi sembra ridicola? Forse lo è, ma alcuni studiosi hanno dedicato anni di ricerca alla faccenda, ponendo al centro dell’attenzione il cosiddetto “egotismo implicito” che, a loro giudizio, determinerebbe le scelte di tutti quei soggetti inclini a dare importanza ad elementi che rimandano a loro stessi e alle loro esperienze.

L’esperimento di Brett Pelham

A lavorarci parecchio su è stato (tra gli altri) lo psicologo americano Brett Pelham, che nel 2013 ha cercato di dare un fondamento scientifico alla discussa teoria del determinismo nominativo. Attingendo al censimento dei cittadini americani del 1940, l’esperto ha focalizzato la sua attenzione su 11 cognomi indicanti mestieri e, dopo aver analizzato con scrupolo ogni dato, ha tratto le sue conclusioni. Ecco i cognomi passati in rassegna da Pelham e dal suo team:

  1. Baker: fornaio
  2. Barber: barbiere
  3. Butcher: macellaio
  4. Butler: maggiordomo
  5. Carpenter: falegname
  6. Farmer: contadino
  7. Foreman: capomastro
  8. Mason: muratore
  9. Miner: minatore
  10. Painter: pittore
  11. Porter: portiere

“Abbiamo scoperto – ha raccontato lo studioso alla BBC – che, per ogni categoria di mestieri, gli uomini che avevano il cognome indicante quella specifica professione erano sovra-rappresentati”. “Per essere sicuri – ha aggiunto Pelham – abbiamo replicato l’esperimento, utilizzando il censimento americano del 1880 e quello inglese del 1911 e i risultati hanno confermato quanto avevamo rilevato per il 1940″. Stando a quanto riferito dal docente del Montgomery College, la percentuale di uomini bianchi che svolgevano il lavoro indicato nel loro cognome si attestava al 30%, mentre le donne e le minoranze razziali destinavano minore attenzione al loro cognome. Dal quale, in sostanza, non si sarebbero fatti condizionare.

Il che non equivale, ovviamente, a dire che Mr Porter non poteva che diventare il portinaio di uno stabile londinese, ma che la probabilità che lo stesso Mr Porter si convincesse che quello fosse il suo destino era apprezzabilmente alta. E potrebbe esserlo tuttora per persone che, in maniera più o meno inconsapevole, fanno delle scelte che rimandano o rievocano il loro cognome.

I casi in Italia e all’estero

Gli esempi non sono pochi, oltre ai sopra citati Bolt e Speed, meritano di essere menzionati: Mary Berry (bacca) che si occupa di cibo e cucina in tv; Francine Prose (prosa), che scrive romanzi e storie di successo; Chris Moneymaker (che fa tanti soldi), che è diventato ricco giocando a poker e John Minor Wisdom (saggezza), che è stato uno stimato giudice della Louisiana. E i cognomi cosiddetti “attronimi” o “attonimi” – ovvero quelli che hanno attinenza con qualche caratteristica o con la scelta professionale di chi li porta – non mancano neanche in Italia. Si pensi all’ex capo della polizia, Antonio Manganelli, al predicatore Raniero Cantalamessa, al disegnatore Bruno Bozzetto o al popolare critico d’arte, Vittorio Sgarbi, che non lesina epiteti ingenerosi a chi osa contraddirlo a favor di telecamera.

Che il nostro destino sia scritto nel nome o cognome che portiamo è, con ogni probabilità, una forzatura; ma le indagini condotte da Phelman (e da altri osservatori) dimostrano che possono esserci degli elementi capaci di orientare e condizionare le nostre scelte. Soprattutto in ambito lavorativo. Lo tengano a mente coloro che hanno la sfortuna di chiamarsi Poor (povero), Fool (stupido) o Loser (fallito): se non si applicheranno al massimo e non affronteranno la vita col giusto piglio, potrebbero faticare più degli altri ad avere successo. Per colpa del  subconscio che potrebbe minare la loro autostima e avere la meglio sul libero arbitrio.



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