Change manager, chi è e cosa fa

I cambiamenti possono far paura, specie nei momenti di crisi. Per questo, è bene rivolgersi ad un professionista, che vi aiuterà ad affrontare la sfida col giusto spirito

Nel lavoro e nella vita occorre, ogni tanto, cambiare. E trovare il coraggio di lasciare il certo per l’incerto. Solo chi osa e si mette in discussione può sperare di crescere e migliorare, mentre chi sceglie di rimanere fermo rischia di sprecare opportunità importanti. Le dinamiche innescate dalla globalizzazione obbligano a fare i conti con un numero crescente di competitors. C’è chi reagisce positivamente e chi indietreggia intimorito.

E’ un comportamento che vi sconsigliamo di perseguire, specie se siete a capo di un’azienda. Ma state tranquilli: nessuno vi chiede di fare gli eroi. Se non trovate il coraggio di affrontare la sfida da soli, potete sempre rivolgervi ad un change manager, che studierà la soluzione più adatta al vostro caso. Ma chi è e cosa fa esattamente un change manager? Scopriamolo insieme.

Chi è il change manager

E’ un professionista che interviene quando un’impresa (di piccole, medie o grandi dimensioni) è costretta o si sente pronta a cambiare. Può avvenire in un momento di crisi, quando è necessario ridimensionare il personale e non si sa da dove partire, o quando, al contrario, le cose vanno bene e la dirigenza decide di investire più risorse, riorganizzare l’assetto interno e, magari, diversificare l’offerta. Non esiste un identikit preciso del change manager: si tratta, il più delle volte, di un professionista esterno, ingaggiato per un arco di tempo più o meno lungo, che deve apportare un cambiamento. Facendo leva su specifiche competenze organizzative, manageriali e comunicative.

Deve essere in grado di spiegare bene quello che occorre fare e motivare le persone ad approcciarsi al cambiamento in maniera proattiva. Ricorrendo a tutti gli strumenti di cui dispone per vincere la ritrosia di chi tende a preservare lo status quo. Non solo: il change manager deve conoscere a menadito le tecnologie informatiche, che sfrutterà per centrare obiettivi ambiziosi, e deve disporre di una buona dose di flessibilità, che si tradurrà nella capacità di reagire, in maniera strategica, alle necessità contingenti. Chi aspira a diventare un change manager deve studiare e formarsi per bene: i percorsi più battuti sono quelli che conducono alla laurea in Economia e Commercio e in Scienze della Comunicazione, ma anche un corso in Informatica o in Management e Marketing possono rappresentare un ottimo punto di partenza.

Cosa fa il change manager

Il manager del cambiamento deve analizzare, nel dettaglio, l’azienda che chiede il suo aiuto, deve coglierne i punti di forza e di debolezza, monitorare scrupolosamente le prestazioni delle varie risorse interne (dirigenti e dipendenti) ed approntare un piano di cambiamento teso ad aumentarne l’efficienza e la produttività. Deve individuare le strategie e gli strumenti utili ad ottenere il cambiamento, partendo da un’analisi degli scenari dei mutamenti, nel mercato globale e nelle tecnologie. Deve sapere da dove si parte e dove si vuole arrivare. E scovare la strada più agevole per raggiungere la meta finale. Ispirandosi al paradigma del “change management” che contempla la necessità di definire lo stato iniziale (da dove partiamo), di individuare lo stato finale (dove vogliamo andare) e di scegliere il percorso più adatto e meno dispendioso (come possiamo arrivarci). Non è faccenda di poco conto: ogni azienda ha una situazione a sé, che il change manager dovrà studiare a fondo. Per traghettarla verso il cambiamento, è necessario che abbia piena consapevolezza di cosa occorre modificare e di dove sia prioritario intervenire.

Ma come si appronta un piano di cambiamento? Le soluzioni proposte dagli addetti ai lavori non mancano, ma tra tutte abbiamo scelto il cosiddetto modello ADKAR, elaborato da Prosci (azienda che fornisce consulenza alle imprese), incardinato su 5 fattori principali:

  1. Awareness (consapevolezza): è il primo step, quello in cui è fondamentale spiegare perché è necessario cambiare
  2. Desire (desiderio): è la fase in cui occorre stimolare la partecipazione proattiva delle persone coinvolte nel processo di cambiamento
  3. Knowledge (conoscenza): è il momento in cui bisogna capire come attuare il cambiamento
  4. Ability (attitudine): è la fase in cui bisogna definire i nuovi profili e concordare i nuovi comportamenti da tenere
  5. Reinforcement (sostegno): è l’ultimo passaggio, quello in cui è fondamentale sostenere e consolidare il cambiamento raggiunto.

Non abbiate paura di cambiare ed affrontate le sfide col giusto spirito. Perché come sostiene la studiosa americana Pauline R. Kezer: “La continuità ci dà le radici; il cambiamento ci regala i rami, lasciando a noi la volontà di estenderli e di farli crescere fino a raggiungere nuove altezze”. 


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COMMENTS

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  • giovanni pinna 1 mese

    figura cardine in un momento di crisi economica aziendale quale quello attuale

    • Concordo pienamente, ma esistono aziende disposte ad accogliere il consulto di una figura professionale del genere, in Italia? Sarebbe meraviglioso…..