Cgil: La crisi finirà nel 2076, forse


Non è una previsione ottimistica. Partendo dal 2014, il livello occupazionale pre-crisi lo si recupererà solo nel 2076, vale a dire tra 63 anni. E’ il risultato di uno studio condotto dalla Cgil, basandosi su dati Istat. Significa, sostanzialmente, che l’intera popolazione attuale in età da lavoro non vedrà mai la fine dei suoi problemi. Il tempo calcolato dallo studio Cgil infatti supera di un buon numero di anni l’arco temporale lavorativo. Addirittura, la non ripresa, secondo lo studio, coinvolgerà anche i giovanissimi, quelli cioè ancora nel mercato del lavoro non ci sono entrati, perché ancora stano studiando alle medie o alle superiori. Per fortuna è solo uno studio che, per quanto rigoroso, rimane teorico. Il che però non significa che dipinga un quadro troppo lontano dalla realtà.

Il punto di partenza è il 2014, l’anno prossimo, durante il quale secondo l’Istat inizierà la ripresa. Ammesso che sia vero (ed in effetti qualche segnale positivo c’è), la Cgil ha “moltiplicato nel tempo” il tasso di crescita previsto dall’istituto di statistica (+ 0,7%). Considerando che dal 2008 il Pil ha perso mediamente 1,1% all’anno, per riportare il Prodotto Interno Lordo ai livelli del 2007 ci vorranno ben 13 anni. Ma è lo stato dell’occupazione quello che desta maggiormente allarme. Il bollettino di guerra degli ultimi anni parla da solo. Migliaia e migliaia di posti di lavoro persi ogni mese. Per ritornare alle “25.026.400 unità di lavoro standard del 2007”, partendo dalle 23.531.949 (previste) nel 2014, ci vorranno, appunto, 63 anni. Peggio ancora la situazione dei salari reali che perdono ogni anno lo 0,1% sul lordo e lo 0.4% sul netto. Il livello dei salari “non si recupererà mai”, perché “in confronto con l’inflazione effettiva, cioè il deflatore dei consumi, la variazione è negativa nel 2014”.

Certo, la realtà è e resterà imprevedibile. Come una crisi così lunga e distruttiva ha infranto i sogni di intere generazioni condannate alla precarietà e ha, troppe volte, letteralmente stritolato lavoratori di lungo corso, arrivando in taluni casi ad indurli al suicidio, va detto che teoricamente è sempre possibile anche il suo esatto contrario, vale a dire un nuovo boom economico, italiano, europeo, o mondiale. Teoricamente, perché le condizioni perché ciò si avveri certo non sono favorevoli. In mezzo ai due estremi vivacchia un numero incalcolabile di sfumature di grigio. Però, senza poter investire e senza poter spendere, per mancanza cronica di fondi in un caso e nell’altro, sostenere il rilancio dell’economia a qualunque livello è impresa assai ardua. Andrebbero ridotte le tasse sul lavoro, come giustamente ha sostenuto oggi l premier Enrico Letta. Andrebbe però anche annullato quello 0,4% annuo di perdita sul salario netto. Anzi, una simile tendenza andrebbe al più presto invertita. Ogni anno, il salario netto vale in media lo 0.4%. Non si riduce insomma lo stipendio netto in termini assoluti (che anzi, magari aumenta, anche se di poco), ma si contraggono le possibilità di spesa che quel dato stipendio permette a chi lo percepisce, perché il costo della vita aumenta.

Va poi anche precisato che il 2014, punto di partenza e presupposto cardine dello studio Cgil intitolato “La ripresa dell’anno dopo”, è anch’esso teorico: “Nonostante ogni anno, dall’inizio della crisi – si legge nel documento – venga previsto da tutti i principali istituti internazionali un segno positivo nella variazione del PIL dell’anno successivo, i dati definitivi poi smentiscono sempre tali previsioni e la ripresa non arriva mai”. Certo, per quanto riguarda il Bel Paese, mercoledì scorso una piccola svolta c’è stata. L’Ue ha infatti chiuso la procedura per deficit eccessivo nei confronti dell’Italia, aperta tre anni fa. E’ un passo, breve ma significativo, perché nel futuro prossimo permetterà al governo margini di manovra più ampi, non concessi, ad esempio, all’esecutivo di Monti. In ogni caso, anche se la carreggiata della strada (a senso unico) che l’Italia sta percorrendo si è allargata, il rischio di andare a sbattere c’è sempre e non è per nulla remoto.



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