Cassazione: possibile registrare i colleghi di lavoro per difendere un diritto

Secondo orientamento giurisprudenziale di Cassazione, in alcune ipotesi è lecito registrare i colleghi di lavoro a loro insaputa: ecco quando e perchè.

È possibile registrare un collega di lavoro? Si può registrare un proprio collaboratore in deroga a quanto previsto dal d.lgs. 196/2003 e, dunque, senza che sia necessario il consenso alla registrazione? Vediamo la decisione della Corte di Cassazione.


registrare colleghi di lavoro

 

Cassazione: possibile registrare i colleghi per tutelare un diritto

Per la Cassazione, vi sono ben pochi dubbi. Con sentenza n. 11322/2018, infatti, gli Ermellini hanno ritenuto illegittimo il licenziamento del dipendente che era stato allontanato dal datore di lavoro per aver registrato delle conversazioni sul luogo di occupazione, senza che i colleghi fossero informati. Le registrazioni non erano mai state diffuse all’esterno dell’ambito aziendale e si erano rese necessarie da parte del dipendente per poter costruire una difesa utile a salvaguardare il proprio diritto di mantenimento della posizione nella stessa azienda.

Cerchiamo tuttavia di ricostruire in maniera più approfondita quali sono le caratteristiche di questa vicenda, e in che modo la Suprema Corte è giunta a motivare la propria decisione di illegittimità del licenziamento intimato al dipendente, con conseguente reintegra sul luogo di lavoro.

Registrazione conversazioni: il caso

Sintetizzando i precedenti passaggi della vicenda, ricordiamo come al dipendente fosse stato contestato di aver registrato alcune conservazioni effettuate all’interno della struttura aziendale, in orario di lavoro, da parte di alcuni dipendenti. Registrazioni poi memorizzate all’interno di una chiavetta USB, e utilizzate in sede di contestazione per poter difendere la propria posizione.

Superato il primo grado di giudizio, la vicenda giunge in Corte d’Appello, con i giudici che già ritengono illegittimo il provvedimento espulsivo, condannando l’azienda a risarcire il lavoratore con un’indennità di 15 mensilità dell’ultima retribuzione. I giudici in Appello sottolinearono con l’occasione che il dipendente avesse adottato ogni cautela per poter scongiurare la diffusione di queste registrazioni, e che i colleghi coinvolti nelle registrazioni erano rimasti all’oscuro di tutto, salvo poi essere stati avvisati dal responsabile del personale.

Per i giudici in Appello, insomma, il dipendente non aveva utilizzato o diffuso le registrazioni ottenute sul posto di lavoro, ma le aveva solamente usate per poter tutelare la propria posizione all’interno dell’azienda, con precostituzione di un mezzo di prova utile in eventuale sede giudiziaria. Di qui, la nascita di un’ipotesi derogatoria rispetto al già rammentato d.lgs. 196/2003, non essendo così necessario acquisire il consenso dei soggetti privati interessati dalle registrazioni.

Quando è possibile registrare i colleghi di lavoro

Giunta in Cassazione, gli Ermellini confermano come il trattamento dei dati personali possa essere effettuato anche nell’ipotesi di carenza del consenso dell’interessato, qualora – però – sia necessario per poter far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria. È inoltre necessario, per poter ricadere in tale ipotesi di deroga, che i dati siano trattati in maniera esclusiva per queste finalità e, comunque, per un periodo di tempo strettamente necessario al loro perseguimento.

Già i giudici territoriali avevano intuito tale approccio, affermando che la carenza del consenso da parte dei colleghi era comunque strettamente legata alla necessità di far valere un proprio diritto in sede giudiziaria. Gli stessi giudici avevano altresì evidenziato come il dipendente avesse adottato tutte le tutele necessarie per poter scongiurare che i dati finissero all’esterno, e che il reperimento di tali dati era fortemente strumentale alla costruzione di una propria difesa che, in altri termini, sarebbe stata difficilmente conseguibile.

Proprio per i motivi sopra rammentati, il comportamento del dipendente può essere considerato corretto e legittimo. Inoltre, per la Suprema Corte oltre a non essere integrato l’illecito penale, non è nemmeno integrato quello disciplinare, visto e considerato che il comportamento del dipendente corrisponde al bisogno conseguente il legittimo esercizio di un diritto. Considerato che non sussiste una violazione della privacy dei colleghi, i giudici accolgono il ricorso disponendo che il giudice di rinvio si pronunci sulla reintegra, esprimendo in tal senso un approccio evidentemente favorevole.



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