Cassazione: nullo il licenziamento per malattia se intimato prima della fine del comporto

Secondo la Cassazione li licenziamento per malattia intimato prima della fine del comporto è nullo per violazione ex art. 2110 c

Stando a quanto afferma la Corte di Cassazione con la recente sentenza n. 12568/2018, viola l’art. 2110 c.c., comma 2, il datore di lavoro che intima il licenziamento per il perdurare delle assenze per malattia o infortunio del dipendente, ma prima della fine del periodo limite di comporto che viene stabilito dalla negoziazione collettiva o dagli usi secondo equità. Vediamo quali sono le motivazioni alla base di questa pronuncia, e su quali ragioni i giudici di legittimità hanno formulato la sentenza.


Licenziamento

Licenziamento per superamento del periodo di comporto

Nei propri motivi, la Corte rammenta anzitutto come da consolidata opinione giurisprudenziale interpretativa il licenziamento per superamento del periodo di comporto costituisca una autonoma ipotesi di licenziamento del dipendente, ovvero una situazione che è effettivamente congrua a permetterlo, differente dalle ipotesi che sono ricondotte alle fattispecie di giusta causa o giustificato motivo.

Gli Ermellini evidenziano come d’altronde il prolungarsi di assenze oltre il limite che viene stabilito dalla negoziazione collettiva, o in mancanza dagli usi o equità, non costituisca inadempimento (si tratta pur sempre di assenze che sono giustificate dalla malattia certificata), né per poter scaturire il licenziamento viene richiesta una incompatibilità tra queste assenze e l’assetto imprenditoriale, potendosi dunque intimare il provvedimento di licenziamento per superamento del periodo di comporto anche nel caso in cui il rientro del lavoratore possa avvenire senza ripercussioni negative sugli equilibri dell’azienda.

Licenziamento intimato prima della fine del comporto: inefficace o nullo?

Introdotto ciò, la Corte passa a occuparsi del tema centrale della vicenda, ovvero cercare di capire se l’intimazione del licenziamento per malattia del dipendente prima della fine del periodo di comporto possa essere considerato come inefficace fino al termine dello stesso, o nullo in origine per violazione di cui all’art. 2110 c.c., comma 2.

Nella lunga ricostruzione sul percorso effettuato dalla stessa Suprema Corte, i giudici di legittimità ricordano che ammettere come valido – ma inefficace fino al termine del periodo di comporto – l’intimazione del licenziamento, e dunque ammettere come valido e inefficace il licenziamento intimato prima che le assenze del lavoratore abbiano esaurito la fine del comporto, significa permettere un provvedimento di licenziamento che è privato di giusta causa o di giustificato motivo. Si produrrebbe in tale circostanza un licenziamento privo di causa, al di fuori delle fattispecie che vengono previste dal nostro ordinamento, e dunque in violazione del già citato art. 2110 c.c., comma 2, che ha come ratio quella di garantire un periodo di tempo “ragionevole” a disposizione del lavoratore, per non perdere il proprio posto di lavoro durante la propria malattia o il proprio infortunio.

In questo scenario, proseguono i giudici, non si può nemmeno aderire all’opzione della mera inefficacia, come invece valutavano erroneamente i giudici di merito: viene infatti richiesto che i requisiti di validità del licenziamento sussistano nello stesso momento in cui lo stesso viene perfezionato.

Chiarito quanto sopra, i giudici delle Sezioni Unite valutano pertanto di inserirsi congruamente nell’orientamento giurisprudenziale in consolidamento, che tende a considerare il licenziamento intimato nei termini di cui sopra non come inefficace, bensì come nullo, anche alla luce della considerazione del diritto costituzionale di tutela della propria salute di cui all’art. 32 Cost., per il quale non si può che giungere alla definizione di tempi “certi” entro i quali il lavoratore può curarsi senza il timore di perdere la propria occupazione.



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