Cassazione: il lavoratore troppo lento rischia il licenziamento

Una recente sentenza della Corte di Cassazione chiarisce il concetto secondo il quale il lavoratore che è troppo lento in modo volontario e recidivo nello svolgimento del proprio lavoro, rischia il licenziamento.

La recente sentenza n. 17685/2018 della Corte di Cassazione contribuisce a chiarire il concetto secondo il quale il lavoratore che è troppo lento in modo volontario e recidivo nello svolgimento delle proprie mansioni, rischia il licenziamento.


Licenziamento

Certo, non ci sono pericoli di tali provvedimenti espulsivi nel momento in cui il lavoratore abbia qualche sporadica difficoltà nell’eseguire le proprie mansioni come da attese, ma colui che viene già ritenuto destinatario di sanzioni disciplinari conservative per aver impiegato volutamente tempi eccessivi per eseguire lavorazioni che un collega con la stessa esperienza avrebbe realizzato in tempi significativamente inferiori, e che nonostante ciò continua a protrarre un simile atteggiamento, rischia concretamente di finire fuori azienda.

La pronuncia della Corte di Cassazione

Il caso su cui si sono espressi gli Ermellini è piuttosto emblematico. I giudici della Suprema Corte si sono infatti pronunciati sulla fattispecie di un operaio che, dopo aver subito tre sanzioni disciplinari, continuava a comportarsi nello stesso pregiudizievole modo, ritardando volutamente l’effettuazione di alcuni lavori.

Già in primo grado i giudici, dopo aver verificato la sussistenza della recidiva in capo al lavoratore, supportavano la decisione del datore di lavoro, che aveva licenziato il dipendente per aver eseguito il lavoro in modo volutamente negligente e lento.

Il lavoratore licenziato ricorreva allora in Cassazione, ma le sue lamentele non venivano accolte. Gli Ermellini evidenziavano innanzitutto come l’istituto della recidiva avesse termini di autonomia rispetto all’istituto disciplinato dal diritto penale, rappresentando una espressione unilaterale di autonomia privata da parte del datore di lavoro, per la quale l’impugnazione da parte del lavoratore licenziato sarebbe solo eventuale e non sarebbe in ogni caso in grado di sospendere l’efficacia del provvedimento.

Chiarito ciò, con particolare riferimento alle motivazioni di lamentela che sono state indotte dal lavoratore licenziato, e concernenti principalmente la sottoposizione del ricorrente a controlli a distanza, la Corte ha ritenuto congrua e in linea con l’orientamento consolidato della stessa Cassazione le valutazioni compiute dai giudici in appello.

Il controllo sui lavoratori

Il provvedimento ricorda infatti come in tema di controlli sui lavoratori, l’installazione di apparecchiature e di impianti per la verifica e per il controllo non viene assoggettata alla disciplina generale dello Statuto dei lavoratori nel caso in cui si renda necessaria per poter adempiere a esigenze di natura organizzativa e produttiva, o ancora per poter favorire le azioni volte a tutelare il patrimonio dell’azienda, ferma restando che l’attività di controllo a distanza dell’attività svolta dal lavoratore non dovrà compromettere la dignità e la riservatezza dello stesso.

A margine di quanto sopra, pertanto, i giudici della Suprema Corte hanno optato per confermare la posizione assunta dal datore di lavoro, che ha licenziato il proprio lavoratore negligente, che nonostante diverse sanzioni disciplinari conservative aveva comunque continuato a produrre un comportamento negligente e volutamente lento nello svolgimento dell’incarico.

Valido, in tal senso, è stato il supportare le proprie valutazioni con l’ausilio di mezzi di controllo a distanza, finalizzati proprio ad accertare l’emersione di un comportamento contrario alle norme di principio del Contratto collettivo nazionale di lavoro cui il dipendente era assoggettato nello svolgimento delle proprie mansioni. Viene così conferma al pronuncia dei giudici territoriali, e viene data piena ragione all’azienda che aveva licenziato il proprio dipendente.



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