Cassazione: il dipendente depresso a causa del demansionamento va risarcito

La Corte di Cassazione afferma che il dipendente oggetto di demansionamento e trasferimento illegittimo va risarcito per i danni psico-fisici subiti.

Il dipendente che entra in uno stato di depressione a causa del demansionamento prodotto dal proprio datore di lavoro può ottenere il risarcimento dei danni. A sostenerlo è la recente sentenza della Corte di Cassazione, n. 6793/2018, secondo cui le conseguenze di natura psicologica che potrebbero essere determinate al dipendente dalla scelta di un inquadramento inferiore rispetto a quello che sarebbe dovuto spettare in base alle mansioni svolte, può portare alla condanna dell’azienda.


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Depressione per demansionamento: il caso

Il caso arrivato sulle scrivanie degli Ermellini trae origine otto anni prima, quando – con sentenza n. 139/10 – il tribunale di primo grado accertava il diritto del dipendente ad essere inquadrato nel III livello del CCNL di riferimento, rigettando però la domanda del lavoratore a ottenere il risarcimento dei danni per la patologia depressiva sofferta in causa del demansionamento e dell’illegittimo trasferimento in altra sede.

In secondo grado, la Corte d’appello dichiarava invece che il lavoratore avrebbe dovuto essere inquadrato nel II livello del CCNL, condannando così la società a pagare non solamente le differenze retributive per il periodo di incongruo inquadramento contrattuale, bensì anche il danno subito per l’aggravamento dello stato depressivo. La società ha dunque proposto ricorso in Cassazione.

La decisione della Corte

Nella sua sentenza la Corte di Cassazione rigetta i motivi di ricorso da parte della società, definendoli infondati, e rammentando che contrariamente a quanto sostenuto dal datore di lavoro, la sentenza impugnata non ha accertato lo svolgimento di mansioni “promiscue” (che sarebbero pertanto proprie di vari livelli retributivi, senza che ciò possa essere in grado di ricondurre a un inquadramento superiore il dipendente), bensì ha evidenziato (anche tramite testimonianze) che il dipendente ha espletato per circa due anni mansioni che erano globalmente riconducibili al superiore livello contrattuale.

Così facendo, gli Ermellini ricordano come i compiti svolti dal dipendente devono essere valutati nella loro unitarietà, “senza atomizzazioni o parcellizzazioni di singole funzioni che, isolatamente considerate, non farebbero mai emergere l’esatto tenore qualitativo d’una data posizione di lavoro”.

Nella fattispecie, i giudici hanno ritenuto che, essendo le mansioni del dipendente caratterizzate da elementi di ampia autonomia operativa e funzioni di coordinamento e controllo, fossero proprie di profili più avanzati, inquadrabili appunto dal livello contrattuale superiore.

Inoltre, per quanto concerne le mansioni vicarie esercitate dal dipendente in condivisione con due colleghi, in sostanziale sostituzione di ruoli di direzione, la sentenza impugnata non ha affermato che tali mansioni fossero effettivamente e quantitativamente equiparabili con quelle del direttore, ma le ha comunque valorizzate al fine di riconoscere la qualità totale della prestazione, e considerando altresì che i colleghi con cui erano state svolte le mansioni vicarie erano inquadrati in un livello superiore al controricorrente.

Con l’occasione i giudici della Suprema Corte rammentano anche come ai fini dell’acquisizione del superiore livello contrattuale le mansioni sostitutive rilevano quando sono travalicate in ragione del carattere permanente della sostituzione.



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