Cassazione: fare dispetti al collega di lavoro integra ipotesi di stalking

La Corte di Cassazione torna a pronunciarsi sull'ipotesi del reato di stalking nel caso di comportamenti molesti e reiterati tra colleghi di lavoro.

Se in ambito lavorativo un collega di lavoro prende in giro in maniera continuativa il suo partner professionale, facendogli dispetti in grado di nuocere alla sua serenità lavorativa, può scattare l’accusa di stalking. Che, per giunta, può essere integrata con l’aggravante ex art. 612-bis c.p. se la vittima di tante fastidiose attenzioni è affetta da handicap. È quanto ha stabilito la Corte di Cassazione con la pronuncia n. 18717/2018, che ha sentenziato la correttezza del lavoro della Corte territoriale, che aveva a sua volta ritenuto sussistente il reato di stalking da parte del collega che aveva umiliato con comportamento molesto il proprio partner d’ufficio.


Stalking

 

Stalking: condotte moleste reiterate integrano il reato

Dall’istruttoria compiuta dai giudici di primo grado e dalla Corte territoriale, supportata dalle testimonianze ascoltate, era purtroppo emerso un atteggiamento reiterato e molesto da parte del collega di lavoro nei confronti di quello evidentemente più debole, assunto come categoria protetta nelle quote riservate alle persone con disabilità, poiché affetto da invalidità con una percentuale del 50%, in seguito a ictus.

In tale condizione, la vittima era stato oggetto di una serie di condotte continuative, quasi quotidiane, con prese in giro e dispetti che avevano come obiettivo quello di umiliarlo e ridicolizzarlo agli occhi altrui, anche in virtù delle menomazioni psicofisiche di cui è affetto. Una condizione, quella sopra riassunta, che è stata così percepita anche dalle persone che condividevano lo stesso luogo di lavoro.

Arrivati in Cassazione, l’imputato aveva mosso una tesi difensiva con la quale tendeva a minimizzare l’accaduto, dichiarando che si trattava per lo più di un comportamento isolato. Per i giudici della Suprema Corte, però, così non è stato: gli Ermellini hanno infatti affermato che la Corte territoriale ha correttamente agito in sede di istruttoria e di motivazione, individuando congruamente la sussistenza del reato di stalking.

L’umiliazione del collega di lavoro

Tornando alle motivazioni della sentenza in Cassazione, per gli Ermellini la condotta posta in essere dal soggetto imputato sarebbe stata “intrinsecamente” molesta per ciascuno, e dunque non solamente per la vittima, e per le sue specifiche condizioni psicofisiche.

L’intento dell’imputato era infatti stato quello di ridicolizzare e infastidire la vittima, fino a condizionarne l’immagine e la serenità in un momento di evidente criticità, suscitando così “vergogna” e esponendo la stessa vittima in condizioni di “derisione collettiva” nell’ambito della comunità di lavoratori e, ancora più ampiamente, di tutti quei soggetti che frequentavano i locali di lavoro dell’azienda.

Gli Ermellini hanno pertanto concordato con i giudici di merito nell’evidenza che i comportamenti dell’imputato non erano “semplici” scherzi e prese in giro di natura occasionale, bensì avevano avuto una reiterazione nel tempo, tanto da determinare un forte disagio nella vittima, che per porre freno a tale condizionamento psicologico aveva poi dovuto ricorrere a specifiche cure da parte di personale sanitario, fino a conseguire un profondo stato di ansia, in conseguenza di cui si era altresì dovuto assentare dall’attività. Non solo: tali assenze dal posto di lavoro hanno poi favorito il provvedimento di licenziamento da parte dell’impresa datrice di lavoro e, in ultima istanza, hanno prodotto un grave pregiudizio per non poter maturare i contributi utili per l’anzianità pensionistica.

La Sentenza della Cassazione

Per i giudici di Cassazione, quanto sopra è sufficiente per poter ravvisare il vincolo di causa tra la condotta dell’imputato e le variazioni delle abitudini di vita da parte della vittima. Ne deriva che la Corte d’Appello ha dunque correttamente ravvisato l’elemento materiale del delitto in contestazione, con aggravante di cui all’art. 612-bis del codice penale.

Peraltro, si tenga conto come la condanna per il reato di cui sopra è indipendente dal fatto che l’imputato e la vittima avessero poi raggiunto un accordo sul risarcimento dei danni patiti in via bonaria. Ai fini di una coerente trattazione della fattispecie, i giudici hanno comunque annullato senza rinvio la sentenza impugnata, poiché il reato era estinto per prescrizione.



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