Cari ex disoccupati, non accontentatevi

Aziende precarie, mestieri troppo faticosi e stressanti. Queste e molte altre situazioni spesso caratterizzano la ripresa del lavoro da parte dei disoccupati di lungo periodo, che però, non devono accontentarsi.

Da molti anni ormai, uno dei problemi più grandi che affligge il mercato del lavoro italiano è la cosiddetta disoccupazione di lungo periodo. Può durare due anni, ma anche cinque, sei, dieci. Con tutte le conseguenze socio-economiche del caso per chi ne resta tragicamente vittima. Cercando comunque di rimanere aggiornati, impegnandosi costantemente e con un po’ di fortuna, prima o poi un lavoro di solito lo si ritrova.


Spesso non è tra i migliori possibili, anche se magari garantisce un livello di sostentamento più o meno accettabile. E’ qui che però entra in gioco una componente troppo sovente sottovalutata da ricercatori e analisti, ma purtroppo anche dagli stessi protagonisti della situazione in essere, ovvero gli ex disoccupati (di lungo periodo). La componente in questione è quella psicologica. Capita quindi, di accontentarsi, di un qualcosa  che certo prima non si aveva e ora sì, ma che non è comunque la soluzione definitiva al problema, anche se in quel dato momento lo sembra.

Succede, insomma, di adagiarsi su un lavoro che nell’immediato garantisce la sussistenza, ma che è comunque caratterizzato da una situazione che non può durare. Sono però aspetti che normalmente si perdono di vista, quando si è troppo euforici per aver finalmente riconquistato un lavoro ed uno stipendio. Da un certo punto di vista, è giusto così. Da un altro punto di vista invece, proprio no. Proviamo andare un po’ più a fondo facendoci qualche domanda e provando a rispondere: cosa significa accontentarsi? Quando ci si accontenta di un lavoro che invece bisognerebbe cambiare? Perché, se si percepisce comunque del benessere, si dovrebbe cambiare lo stesso infilandosi nuovamente nella maledetta spirale dell’incertezza? Ha senso? E se c’è, qual è questo senso?

Spiegare il tutto è così complesso e articolato che probabilmente non solo non basterebbe un articolo, ma nemmeno un libro intero. Qualcosa però possiamo dirla lo stesso, andando per ordine: prima domanda, “cosa significa accontentarsi”? Ci si accontenta quando si potrebbe ottenere di più, ma non si fa nulla per raggiungere quel di più, per mancanza di voglia, ma anche per paura, quel sentimento che fa resistenza nel momento in cui si decide di uscire dalla propria zona di comfort. Una zona che esiste anche quando si è disoccupati, ma che è molto più protettiva ed accattivante quando un lavoro lo si ha. E’ dunque molto più difficile uscirne.

Seconda domanda: “quando ci si accontenta di un lavoro che però bisognerebbe cambiare?” Succede ogni giorno, ovviamente, nelle situazioni più disparate ma le probabilità sono molto maggiori quando si è disoccupati da molto tempo e  si ritrova un lavoro che certo non è il massimo, ma che è comunque un impiego. La paura di restare di nuovo senza può impedire, anche per diversi anni, al cervello di concepire la possibilità di un miglioramento. Attenzione, non stiamo parlando di un posto di lavoro in cui si sta bene, anche quello infatti può essere migliorato, ma di una situazione in cui ci sono diverse cose che non vanno e si decide comunque di resistere ad oltranza, sperando che queste si autorisolvano. Quelle “cose che non vanno” spesso, non si riesce a vederle, o, sbagliando, si fa finta di non vederle. Citiamone alcune tra le più comuni:  stipendi pagati troppo in ritardo o non completamente, un lavoro che è troppo stressante o troppo faticoso per poter essere svolto per periodi medio-lunghi, l’instabilità dell’azienda per la quale si lavora che sì, magari paga regolarmente, ma non si può prevedere per quanto tempo. E ancora, la varietà di clienti (se sono troppo pochi, o peggio è uno solo, non va bene, significa che il lavoro potrebbe terminare da un momento all’altro), le (mancate) capacità personali dell’imprenditore titolare dell’azienda per cui si lavora, la forza della concorrenza.

Si può obbiettare che tutti questi sono problemi comuni ad una miriade pressoché infinita di situazioni inerenti al mondo del lavoro. Verissimo, ma la differenza la fa la probabilità del verificarsi di eventi negativi. In alcuni casi è molto maggiore che in altri.

Non è ovviamente sempre così, ma quando si è disoccupati di lungo periodo e si ritrova finalmente un lavoro, non è molto comune il fatto che accada di essere assunti stabilmente da una grande azienda con mansioni, orari, ruoli e retribuzioni ben definite. Questo perché, la concorrenza di lavoratori è altissima e partendo da una situazione di disoccupazione lunga, si è necessariamente più svantaggiati già a livello di curriculum. E, quindi, anche dopo (capacità di sostenere un colloquio, abitudine al lavoro, passione per lo stesso, resistenze psicologiche personali che limitano le performance e via dicendo).

Avviene quindi, più spesso, che ci si ritrova a lavorare per aziende che magari sono anche serissime, ma che pur di lavorare hanno preso commesse rifiutate da altri. Mestieri molto faticosi o che richiedono l’impegno di molte ore, magari fuori contratto (e talvolta non pagate). O ancora caratterizzati da uno stress fuori dal comune.  Questo terzo aspetto  si verifica, ed è proprio di questo che stiamo parlando, anche per lavori prettamente manuali e non solo per posizioni dirigenziali. Insomma, parliamo di aziende che richiedono al dipendente una disponibilità superiore, anche di molto, a quella dovuta. Disponibilità che però non può durare per sempre, anche solo per mere questioni fisiche. Da queste aziende, anche dipendenti per così dire storici, appena possono fuggono (liberando posti), perché capiscono di essere precipitati in situazioni che prima o poi diventeranno ingestibili.

In questo caso, fossilizzarsi a prescindere su quel lavoro, per paura di non ritrovarne un altro, anche se si è stati assunti con contratto indeterminato, resta comunque, nella stragrande maggioranza delle volte, una soluzione temporanea. Non è una situazione che può durare per sempre insomma, perché l’impegno richiesto è superiore alle capacità di resistenza del dipendente, se si parla di periodi lunghi. La volontà di quest’ultimo di resistere, influisce fino ad un certo punto, poi inizia a contare sempre meno. Il discorso che va fatto è che è meglio, appunto, non accontentarsi e cercare di migliorare la propria situazione lavorativa prima di arrivare al punto di non ritorno.

Quest’ultimo paragrafo risponde anche a tutte le altre domande di cui sopra, vediamo perché: “perché cambiare se si percepisce del benessere?” Perché quel benessere è temporaneo e per giunta potrebbe non esserci più, letteralmente, scomparire, da un momento all’altro, rigettando nell’angoscia chi lo sta percependo. Se bisogna fare un salto, cosa che comporta comunque un rischio, è meglio farlo quando si hanno le forze per affrontare quel rischio. Dover fronteggiare il problema quando si è in una situazione psicologica non ottimale, e si ha fretta perché lo stipendio comunque serve e non lo si ha più, aumenta di gran lunga le probabilità di fare scelte sbagliate.

Scelte, che possono portare ad optare per il primo lavoro che capita sottomano senza fare prima un’analisi critica ed oggettiva dello stesso. Oppure, far prendere decisioni sbagliate su: come inviare un curriculum, affrontare un colloquio, porsi con eventuali nuovi colleghi, rischiando così di perdere un posto appena ritrovato, o prima ancora non ritrovandolo proprio un posto. “Ha senso? E qual è questo senso?” Sì, ha assolutamente senso, un senso che risiede primariamente nell’affrontare le difficoltà intrinseche ad un tentativo di miglioramento (necessario)  quando si è più forti, quando la mente ed il fisico sono più reattivi, intuitivi, pronti, elastici, recettivi, preparati, positivi. E’ difficile anche solo immaginare quanti vantaggi possa portare in termini di prestazioni la predisposizione appena descritta con la miriade di aggettivi di cui sopra.

Al contrario, infilarsi nella “spirale dell’incertezza” quando già di proprio si è incerti per aver appena perso il lavoro, o per sapere che lo si sta per perdere ed avere mille spese e mille e più casini da affrontare, vuol dire darsi la zappa sui piedi e anche con una bella dose di forza.

Quindi, cari ex disoccupati, non accontentatevi, non fatelo a prescindere almeno. Può darsi che siate stati fortunati ad aver trovato un posto bello e stabile, ma se così non è, è meglio affrontare il problema adesso, dopo esservi rimessi in forze ed essere anche giustamente un po’ orgogliosi per essere riusciti ad uscire dal limbo maledetto della disoccupazione di lungo periodo, che essere costretti a combattere quando di forze se ne hanno molte di meno perché presi dalla disperazione di aver perso nuovamente il posto di lavoro tanto faticosamente conquistato.





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