Caporalato e agromafie: danni economici per 17 miliardi di euro

Ma ad allarmare sono soprattutto le condizioni di sfruttamento perpetuate da "caporali" sempre più organizzati

Non è la prima volta che ci occupiamo del “lato oscuro” del lavoro nei campi. Quello in cui vengono impiegati “irregolari” costretti a sgobbare per una paga da fame. L’ultima fotografia l’ha scattata l’osservatorio “Placido Rizzotto” della Flai-Cgil, che ha messo a fuoco su dettagli quanto mai disturbanti. Secondo l’indagine, infatti, il caporalato e le agromafie procurano all’Italia un danno economico ingente, stimato in più di 17 miliardi di euro. Per non parlare delle condizioni “inumane” dei tanti lavoratori reclutati dai “caporali” a cui vengono negati anche l’acqua e i servizi igienici. L’istantanea impietosa non ammette temporeggiamenti: “Bisogna approvare una buona legge al più presto“, è stato il monito della segretaria della Flai-Cgil, Ivana Galli.


L’indagine – che fa riferimento al 2015 – certifica che il caporalato e le agromafie hanno “rosicchiato” all’economia nazionale una cifra compresa tra i 14 e i 17,5 miliardi di euro. Di più: la contraffazione alimentare in Italia rappresenta il 16% del totale e produce profitti per un miliardo di euro. A “fruttare” di più sono la gestione del mercato del lavoro (dove imperano i “caporali”), l’import e l’export di prodotti alimentari (i più esposti sono il pane, il vino, il caffè, le carni ed il pesce), le frodi perpetuate ai danni dell’Unione Europea, ma anche il riciclaggio e l’estorsione, l’infiltrazione nei mercati ortofrutticoli e, più recentemente, quella rilevata nel settore delle rinnovabili legate alle attività agricole. Una “diversificazione” che rende bene l’idea di come la “criminalità agricola” stia sofisticando sempre più le sue strategie operative.

E veniamo al capitolo relativo al lavoro nei campi. L’indagine dell’osservatorio ha rilevato l’esistenza di 80 epicentri di sfruttamento grave in tutta Italia. I lavoratori coinvolti sarebbero tra i 400 mila e i 430 mila di cui 100 mila reputati in condizioni di grave vulnerabilità. Volendo “monetizzare” la faccenda, la loro irregolarità produrrebbe un danno economico stimato intorno ai 3,4 miliardi di euro, ma non è che il “contraccolpo” minore. Le ispezioni – che, nel corso del 2015, sono aumentate del 59% – hanno, infatti, snudato verità inaccettabili. Rivelando che i lavoratori sottoposti al controllo dei “caporali” percepiscono un salario inferiore del 50% rispetto a quello che dovrebbero intascare secondo il contratto nazionale. E denunciando che il 60% di loro non ha accesso all’acqua e ai servizi igienici. Per i quali deve pagare.

Non solo: l’indagine condotta della Flai-Cgil ha alzato il velo sulle tante forme di caporalato. O per meglio dire, sulle tante figure che ruotano intorno allo sfruttamento dei lavoratori nelle campagne. Quali sono? Si va dal cosiddetto “caponero”, che organizza le squadre di lavoro partecipandovi, a volte, personalmente al “caporale tassista”, che si limita a gestire il trasporto dei reclutati. Dal “caporale venditore”, che smercia beni di prima necessità e non solo al “caporale aguzzino”, che utilizza sistematicamente la violenza sottraendo i documenti e procurando sistemazioni indegne (quando non fa di peggio). Fino ad arrivare al “caporale mafioso”, in stretti rapporti con la criminalità organizzata, e al “caporale amministratore delegato”, che gestisce, per conto dell’imprenditore, l’intera campagna di raccolta, con l’obiettivo di massimizzare i profitti. Ma la novità più eclatante individuata dall’osservatorio “Placido Rizzotto” è il “caporale collettivo”, che utilizza forme apparentemente legali per mascherare lo sfruttamento illecito di manodopera. Una vera e propria “filiera” dell’illegalità che riesce a guadagnare profumatamente. Secondo la simulazione fatta dagli estensori dello studio, un mese di raccolta intensiva può portare nelle tasche dei “caporali” qualcosa come 225 mila euro. Mentre i lavoratori sfruttati non arrivano mediamente a racimolarne più di 600.




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