Capitale di base: cos’è e a cosa serve

Garantire ai giovani un’opportunità per realizzare i propri desideri , indipendentemente dalla loro classe sociale. Questa, in parole povere, l’essenza del Capitale di base, uno strumento che può vantare l’interesse ad esempio della Gran Bretagna (dove è in vigore il Child Trust Fund ) e che trae i suoi principi dal sistema del microcredito. Il Capitale di base, non è un’alternativa al reddito minimo garantito, argomento di tremenda attualità in questo periodo di crisi e di campagna elettorale, ma anzi è complementare al suddetto. Ma cos’è un Capitale di base? E in Italia, funzionerebbe? Francesco Giubileo, Dottore di ricerca in Sociologia ed  autore del libro “Una possibilità per tutti. Proposte per un nuovo welfare” ha provato a tracciare le linee d’intervento.


Un  “tentativo di rottura nei confronti delle proprie origini sociali”. Il Capitale di base è infatti uno strumento estremamente mirato nel fornire maggiori possibilità ai più giovani, soprattutto quelli provenienti dalle classi non agiate. La proposta infatti “esclude”  i figli delle con reddito superiore ai 75.000 euro, in quanto si presume che, per loro, non sia necessaria una misura di questo tipo (che prevede un aiuto statale). Il Capitale di base va pensato sin dalla nascita del figlio. Applicato in Italia, andrebbe istituito un conto corrente sul quale i genitori possano versare al neonato un massimo di 2000 euro l’anno, totalmente esentasse. ¼ della somma verrebbe destinata al figlio, gli altri ¾ finirebbero in una cassa comune. Il conto corrente, sarebbe alimentato  anche dalla finanza pubblica, chiamata a versare una cifra vicina ai 550 euro, unitamente al contributo volontario dei genitori. La copertura utile, stimata in 4-5 miliardi di euro, verrebbe invece da “una maggiorazione sulla tassa di successione” per le grandi eredità, che dovrebbe raggiungere la percentuale stimata del 40%. Una volta compiuto il 18esimo anno d’età, al destinatario verrà consegnata la cifra messa da parte, che non dovrebbe essere inferiore ai 10.000 euro ed in grado di arrivare fino ad un massimo di 46.000.

A scelta, i tre impieghi possibili del Capitale di base in mano ad un 18enne  vanno dalla garanzia di poter frequentare l’università (spese più borsa di studio) ad una copertura parziale (come salario differito) o totale (in periodo di disoccupazione) per il mutuo della prima casa. Oppure e qui sta forse la novità più grossa, i 10.000 euro (prendendo in considerazione la cifra minima) potranno servire ad aprire un’attività. In questo caso, il giovane avrebbe l’intera somma a disposizione nell’immediato.Tale impiego però, sarebbe vincolato al “possedere una capacità professionale inerente al settore di attività che si vuole iniziare”, oltre al dover fornire una serie di garanzie economiche. Infatti, in questo caso, il Capitale di base farebbe parte integrante dell’investimento imprenditoriale. Insomma, se oltre ai genitori anche lo Stato deve metterci dei soldi, come è giusto che sia, è fondamentale agire concretamente per fare in modo che la somma in questione non vada sprecata.

Se il reddito minimo garantito nasce dalla necessità di sostenere i più bisognosi, i poveri e chi, a causa della perdita del posto di lavoro si trova ad essere in condizioni di indigenza, o rischia di entrarci, il Capitale di base propone una redistribuzione delle risorse basata su un principio differente.  La misura mira infatti più che al puro sostegno economico, a fornire la possibilità di sviluppare attività e progetti atti ad aumentare le risorse stesse del paese. Sebbene non appaia come una misura risolutiva rispetto all’emergenza sociale (ma nemmeno vuole esserlo) , va detto che il reddito minimo è uno strumento che  “richiede molte più risorse spiega Giubileo – non riguarda solo le future generazioni ed in molti casi non è in grado di fornire quel "capitale" in grado di realizzare i propri progetti di vita”. Come accennato in precedenza, la proposta del Capitale di base risulta complementare, integrativa  rispetto a quella del reddito minimo, di conseguenza non va vista come “ostacolo” a quest’ultimo, ma al contrario come una misura in grado, nel lungo periodo, di sostenerlo.



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