Cambiare lavoro spesso fa bene alla carriera? 5 motivi per cui è meglio pensarci bene

Inaffidabilità, difficoltà ad essere assunti e perdita dei contatti, sono tra le ragioni per le quali cambiare lavoro spesso può diventare controproducente.

Si chiamano anche “job hoppers” e sono piuttosto frequenti tra i cosiddetti millenials, le generazioni più giovani di lavoratori. Sono quelli che decidono di cambiare lavoro abbastanza spesso, saltando da un’azienda all’altra o da un settore ad un altro. Oppure tutte e due le cose. Per un certo periodo, la teoria del cambiare lavoro di continuo è stata tra le più accreditate, millenials o meno. Facile ricordare, in Italia, la storia del “non c’è più il posto fisso” e del “cambiare lavoro è un’esperienza che arricchisce il lavoratore” e via dicendo, sostenuta da politici, giornalisti, influencer vari e anche da alcuni esperti del mercato del lavoro. Sia chiaro, cambiare lavoro, anche più volte non è di per se stesso negativo e può certamente essere un’esperienza dagli sviluppi più che positivi,  ma farlo troppe volte in un periodo di tempo limitato, può portare a svantaggi non trascurabili, dal punto di vista personale sicuramente, ma anche da quello lavorativo. Ci sono almeno 5 ragioni per le quali prima di cambiare mestiere è meglio pensarci bene ed è comunque consigliabile non rivoluzionare la propria carriera troppo spesso. Vediamo quali sono.

cambiare lavoro

Un problema di lealtà

Le aziende potrebbero essere restie ad assumere un lavoratore che ha cambiato molti posti in poco tempo, a meno che tutti questi cambiamenti non siano giustificati (ma  bisogna poterlo dimostrare) dal fatto di aver strutturato un percorso con un fine preciso, oppure da cause di forza maggiore non dipendenti dal lavoratore stesso (chiusura di un’azienda, fine del contratto e via dicendo). Il poco attaccamento all’azienda non è certo visto come un qualcosa di positivo. Bisogna sempre tener presente che le aziende effettuano un investimento sul personale. Soldi e tempo che devono tornare dal punto di vista della produzione. Un lavoratore che salta più o meno allegramente da un posto all’altro riceve dall’impresa per la quale lavora dei “beni”, sotto forma di formazione, che però potrebbe mettere a frutto pochi mesi dopo da un’altra parte, causando alla prima realtà un danno in termini economici e di sviluppo. Ci sta, perché anche questo fa parte del rischio d’impresa, ma per quale ragione, appunto, rischiare? La conseguenza è che un “job hopper” potrebbe avere maggiori difficoltà ad essere assunto, rispetto ad un altro candidato che, almeno a prima vista, dia l’idea di essere, lavorativamente parlando,  più stabile.

Un posto meno sicuro

Essere gli ultimi arrivati, significa anche, probabilmente, dover essere i primi ad andarsene nel caso l’azienda decida, o sia costretta  ad una riduzione del personale. Perché mandare via lavoratori di cui si conosce già il rendimento, che sono più affezionati all’azienda, più esperti, che sanno come funziona il tutto insomma, quando vi sono altri lavoratori appena arrivati, che devono ancora imparare? Tanto vale non insegnare nulla, tanto, dovendo ridurre il personale non avrebbero comunque tempo e occasione di mettere in pratica gli insegnamenti. Il discorso è tanto facile quanto ovvio.

Crescita limitata

Cambiare spesso posto di lavoro significa anche non poter vedere i risultati di lungo termine di ciò che si è fatto. Questo, è comunque da considerarsi un bug importante nel campo dell’esperienza di lavoro. Stare dietro a dei progetti per poi non sapere come vanno a finire da qui a due anni non è il massimo, perché non si sarà di comprendere la correttezza o meno del proprio lavoro. Un responsabile del personali che noti dal curriculum un comportamento di questo tipo ripetuto nel tempo, potrebbe decidere comunque di assumere il lavoratore, ma essere poi molto restio a promuoverlo, inficiando così il buon andamento della carriera.

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Far saltare i ponti

Qualche anno fa, negli anni più bui di una crisi che indubbiamente non è ancora finita, alla nostra redazione arrivò una lettera piuttosto toccante. La lettera, parlava di “piccoli universi scomparsi” e  conteneva alcune  riflessioni su come la chiusura di un’azienda distruggesse non solo il lato economico della vita dei lavoratori e delle loro famiglie, ma anche quello umano, con la perdita delle relazioni e dei contatti con persone che volenti o nolenti, prima della chiusura facevano parte della vita quotidiana di ogni dipendente.  Il job-hopping, crea, o può creare un effetto similare e non è un bene.

Certo, in questo caso non esistono problemi dal punto di vista economico, che magari addirittura migliora, ma passando ad un’altra realtà, si perdono necessariamente gran parte (quando non tutti) i contatti di lavoro fino a quel momento coltivati. Farlo una volta va bene, due pure, ma se la cosa è continua, il rischio è quello di non riuscire mai a costruire delle basi più o meno solide a livello relazionale. In futuro si potrebbe sempre avere bisogno per un motivo o per l’altro, quindi è bene tenere in considerazione che far saltare continuamente i ponti può risultare nel medio e nel lungo termine una strategia decisamente controproducente.

L’affidabilità conta

Cambiare molti posti di lavoro può dare adito a diverse interpretazioni. Come abbiamo visto non tutte sono positive. Un’altra sfaccettatura da tener presente è che il saltare continuamente da un posto all’altro, soprattutto se al posto di fare un passo avanti si fa, per così dire, un passo di lato (non si avanza nella carriera pur avendo cambiato lavoro) , può significare, o comunque far credere che sussista un problema con l’impegno. Ovvero, non si ha voglia di impegnarsi nel lavoro, per cui quando le cose si fanno difficili, si molla e si cambia. Che sia vero o meno, se chi deve assumere si convince di una simile teoria, è chiaro che la partenza è avvenuta col piede  più sbagliato. Facile quindi che non ci sarà nessuna partenza.

Quindi? Che fare?

Cambiare lavoro, anche più volte in un periodo non molto lungo, non è per  forza sbagliato e/o controproducente. Ma le continue modifiche di un percorso di carriera devono avere delle ragioni valide. Se l’azienda per cui si lavora chiude, o deve ridurre il personale e per qualche ragione si finisce dentro a quella riduzione, non c’è niente da fare. Se si trova un posto migliore di quel che si ha, è giusto cambiare,  se subito dopo  se ne trova un altro (anch’esso migliore), è ancora più giusto cambiare una seconda volta. Difficilmente però se ne troverà un quarto, migliore dei primi tre. Può succedere ovviamente, e nel caso tanto di guadagnato, è però fondamentale saper controllare le impressioni dettate dal momento. In parole semplici, se si torna a casa stanchi e inc.. dal lavoro e per una qualche ragione si viene a sapere di un’altra offerta, probabilmente in quel momento sembrerà manna caduta dal cielo. Ecco, non è detto che lo sia, ma semplicemente che, per motivi del tutto personali e parzialmente inconsci, in quel momento la si veda così.

Il segreto è capire esattamente che cosa si vuole dal proprio futuro lavorativo, cercando di perseguirlo con tenacia, ambizione e intelligenza, ma mantenendo sempre i piedi ben saldi per terra e non facendosi vincere dalle emozioni del momento, che spesso si sa, possono essere tremendamente distruttive.

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