Cambiare città per lavoro: paure e sogni di chi resta e chi va

Gli uomini sono disposti a fare le valigie quando si prospettano guadagni più lauti, le donne quando accarezzano il sogno di un lavoro stabile. E se i giovani si mostrano sempre più cosmopoliti, non mancano coloro che tremano all'idea di lasciare il "nido"

C’è chi ogni mattina deve prendere un treno che lo porterà in una città vicina. E chi ha dovuto staccare un biglietto aereo per un Paese lontano. La quota di italiani che scelgono di cambiare città per lavoro sembra crescere sempre più. Di pari passo con la consapevolezza – maturata soprattutto tra i giovani – che fare un’esperienza all’estero può rappresentare un momento di svolta. Le indagini e gli studi che hanno cercato di “mettere a fuoco” la galassia dei “lavoratori migranti” (quelli che si spostano per coprire distanze più o meno lunghe) sono tanti. E consegnano la fotografia (in continuo divenire) di una popolazione costretta a fare i conti con una crisi che può modificare profondamente le sue abitudini di vita.


I giovani? Pronti a partire

Prendiamo le mosse dal Rapporto Giovani 2016 realizzato dall’istituto “Giuseppe Toniolo”. Nella sezione specificamente dedicata alla “Mobilità per studio e lavoro”, la gran parte dei giovani tra i 18 e i 32 anni interpellati ha tradito una forte propensione a fare le valigie. Più precisamente: l’83,4% del campione si è detto disposto a cambiare città stabilmente e il 61,1% di loro ha precisato di prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di andare all’estero. Perché? Il 70% degli intervistati ha il sentore che l’Italia offra meno opportunità lavorative rispetto agli altri Paesi sviluppati. E siccome prevede che le cose non cambieranno nell’immediato futuro, preferisce progettare il suo trasferimento all’estero. Non solo: per il 74,8% dei giovani interpellati dall’istituto, quello della mobilità è un valore positivo, che permette di fare nuove esperienze e di confrontarsi con culture di ogni tipo. E dovendo indicare le mete verso le quali preferirebbero spostarsi, gli stessi giovani hanno premiato l’Australia, gli Stati Uniti e il Regno Unito, seguiti dalla Germania, dal Canada e dalla Francia.

“La migrazione italiana, negli ultimi anni, è decisamente cambiata – ha commentato Alessandro Rosina, uno dei curatori del Rapporto – Non si tratta più di connazionali che prendono il treno un po’ spaesati e con al braccio valigie di cartone, ma di giovani dinamici, intraprendenti, affamati di nuove opportunità e con un tablet pieno di appunti su progetti e sogni da realizzare. Da un lato, la generazione dei ‘Millennials’ considera del tutto naturale muoversi senza confini. Sono sempre più consapevoli che la mobilità internazionale è di per sé positiva perché consente di aprirsi al mondo, conoscere diverse culture, arricchire il proprio bagaglio di esperienze, ampliare la rete di relazioni. Dall’altro lato – ha continuato Rosina – il sempre più ampio divario tra condizioni lavorative delle nuove generazioni e possibilità di valorizzazione del capitale umano in Italia, rispetto agli altri Paesi avanzati, porta sempre più giovani a lasciare il Paese. Non solo per scelta, ma anche per non rassegnarsi a rimanere a lungo disoccupati o a fare un lavoro sotto inquadrato e sottopagato”.

Le paure di chi non vuole spostarsi

Ma quanti sono gli italiani che hanno scelto di cambiare città per lavoro? E’ doveroso, innanzitutto, precisare che i dati che stiamo per riportare non sono recentissimi. E vanno dunque letti come indicatori di un orientamento che – negli ultimi anni – potrebbe aver subito qualche variazione. Un’indagine condotta dalla Kelly Services nel 2008 certificava che a lasciare la propria città per lavoro era stato il 51% del campione intervistato e che il 23% si era addirittura spinto oltre i confini nazionali. Mentre tra quelli che avevano mostrato ritrosia a lasciare il Bel Paese per lavoro, il 60% aveva dichiarato di non essere stato disposto a spostarsi per via della famiglia, il 21% per timore delle barriere linguistiche e il 5% per paura di perdere i diritti pensionistici maturati fino a quel momento. (A tal proposito, segnaliamo che l’Inps ha dedicato un’apposita sezione del suo sito ai “lavoratori migranti” dove è possibile reperire informazioni sulle regole e le normative internazionali e sulle tutele previdenziali e fiscali vigenti nei vari Paesi.

Gli uomini inseguono guadagni più alti

Un’altra indagine condotta dall’Università La Sapienza di Roma su “Giovani e mercato del lavoro” ha, invece, messo in evidenza come solo il 28% degli intervistati abbia espresso la volontà di trovare un lavoro nel Comune di appartenenza, mentre il restante 72% si sia detto disposto a cambiare città. Non solo: lo stesso studio ha focalizzato l’attenzione sulle differenze che intercorrono tra gli uomini e le donne specificando che i primi sono più disposti a muoversi per lavoro quando si prospettano entrate più rotonde (in pratica quando possono guadagnare di più). Mentre le donne si mostrano propense a cambiare città quando ravvisano la possibilità di sfuggire alla “morsa” del precariato e di raggiungere una maggiore stabilità (anche se lo stipendio rimane più o meno invariato).

Pendolari d’Italia

E veniamo al segmento che riguarda i lavoratori che, ogni giorno, devono spostarsi da una città all’altra. A indagare su di loro è stata l’Istat che, nel 2014, ha confezionato un Censimento generale della popolazione e delle abitazioni con dati risalenti al 2011. L’istantanea scattata dall’istituto nazionale di statistica certificava la presenza di quasi 29 milioni di italiani (corrispondenti al 48,6% della popolazione residente) costretti a muoversi quotidianamente per studio o lavoro. Una platea che, nell’arco di 10 anni, risultava cresciuta di ben 2,1 milioni di unità. Restringendo l’attenzione sui “pendolari” lavoratori, l’Istat rilevava la quota più alta nella Provincia autonoma di Bolzano (57%) e in quella di Trento (56,2%). A seguire la Lombardia (54,1%), il Veneto (53,6%), l’Emilia Romagna (53,1%) e la Valle d’Aosta (52,7%). Mentre le regioni meno coinvolte risultavano essere la Calabria (41,5%) e la Sicilia (41,3%). Quanto ai tempi impiegati per raggiungere il posto di lavoro, il campione ispezionato dall’Istat dichiarava che, nel 55,1% dei casi, impiegava fino a 15 minuti; nel 26,4% dei casi, tra i 16 e i 30 minuti; nel 7,8% dei casi, dai 31 ai 45 minuti e nel 10,7% dei casi, più di 45 minuti. E se il 44,9% dei lavoratori “in spostamento” dichiarava di mettersi al volante di un’automobile, il 13,4% (soprattutto donne) affermava di affidarsi, invece, ai mezzi di trasporto pubblico. Con risultati a volte disastrosi. Che possono configurare i contorni di un'”odissea” a cui molti pendolari d’Italia non riescono a sfuggire.




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