Bulli al lavoro: cosa fanno e come difendersi da loro

I prepotenti possono rendere la vita un inferno, ma solo se glielo permettiamo. Impariamo a credere in noi stessi e ad affrontare le avversità che ci renderanno più forti

Quando sentiamo parlare di bulli, pensiamo subito all’ambiente scolastico dove i soggetti più aggressivi tendono a vessare i compagni che si mostrano più deboli ed indifesi. Ma anche al lavoro, è possibile incappare in episodi di bullismo che, nello specifico, vengono additati come fenomeni di mobbing. Il 28% dei lavoratori, interpellati da un recente sondaggio condotto in America, ha ammesso di essersi sentito “bullizzato” da un collega o da un superiore. E il 19% ha addirittura dichiarato che il malessere che ne è scaturito lo ha portato ad abbandonare l’impiego. Si tratta, ovviamente, di una estrema ratio, a cui ricorrono quei soggetti che non riescono a risolvere il problema da soli. Ma a volte, per venirne a capo, basta chiedere aiuto alla persona giusta o imparare a credere di più in se stessi e nei propri mezzi.


Cosa fanno i bulli a lavoro

Il fenomeno non va sottostimato. In America esiste un istituto – The Workplace Bullyng Institute – che è nato per indagare le cause e neutralizzare gli effetti del bullismo al lavoro. E che tenta, con l’aiuto di esperti e ricercatori, di fornire consigli e sostegno a chi si ritrova a subire quotidianamente prepotenze, mentre svolge le sue mansioni. Gli osservatori che, da anni, si dedicano allo studio del fenomeno hanno rilevato che i bulli da ufficio:

  1. Sottovalutano o screditano il lavoro delle persone che scelgono di “bersagliare”.
  2. Fanno commenti scomposti sulla loro vita privata o su qualche altro aspetto che non ha nulla a che fare con il lavoro.
  3. Gridano eccessivamente, insultano ed umiliano pubblicamente.
  4. Non condividono informazioni importanti col “bersaglio” e lo tengono all’oscuro di opportunità o vantaggi lavorativi di cui potrebbe beneficiare.
  5. Oberano di lavoro le loro “vittime” e fanno in modo che gli incarichi che vengono loro assegnati non possano essere portati a termine.
  6. Prendono nota di tutti gli errori commessi dal “bersaglio” e glieli rinfacciano appena ne hanno l’occasione.
  7. Esercitano un controllo eccessivo sul lavoro delle vittime e dimostrano chiaramente di non fidarsi di loro.
  8. Incolpano senza addurre le prove di quello che dicono.
  9. Isolano il “bersaglio” sia dal punto di vista lavorativo che da quello relazionale.
  10. Diffondono dicerie sul suo conto e spettegolano con chiunque capiti loro a tiro.

Si tratta di chiari comportamenti scorretti che, se reiterati nel tempo, possono causare gravi problemi al mal capitato di turno. Lo stress e la disaffezione per quello che si deve fare sono solo i controeffetti più immediati (e, a conti fatti, anche i più superficiali). Chi viene regolarmente sbeffeggiato dal collega o tiranneggiato dal capo può arrivare a sentirsi male fisicamente. E psicologicamente, tanto che alcuni di loro scelgono di “gettare la spugna” e di sgomberare l’ufficio.

3 consigli per difendersi dai bulli al lavoro

Ma cosa bisogna fare, quando si realizza di avere a che fare con un bullo in giacca e cravatta? Ci sono almeno tre cose da tenere a mente:

1. Valutiamo bene la situazione

Essere lucidi ed obiettivi è indispensabile. Le dinamiche lavorative sono delicate e una parola di troppo o un’intemperanza momentanea possono dare adito a fraintendimenti enormi. Occorre, innanzitutto, capire se si tratta di “incidenti” isolati o di comportamenti consapevoli e ripetuti. Potremmo aver equivocato la faccenda e aver dato eccessivo peso alle cose che ci sono state dette in un momento di rabbia. Fermiamoci un attimo ad analizzare il quadro e, se non riusciamo a venirne a capo, chiediamo aiuto ad un collega che può fornire una lettura obiettiva e distaccata. Sentirsi vittima è una prassi consolidata al lavoro: verifichiamo che i comportamenti che ci hanno ferito possano effettivamente essere addebitati ad un bullo da ufficio.

2. Rivolgiamoci a chi può aiutarci

Nel caso in cui verificassimo di non aver preso un abbaglio e di essere effettivamente vittime di un bullo, bisogna correre ai ripari. Chiedendo aiuto a chi può darcelo. Esponiamo il problema al nostro diretto superiore o, nel caso in cui sia lui la persona che ci “bersaglia”, all’addetto alle Risorse Umane o ad un membro della dirigenza. Ma attenzione: la faccenda potrebbe rivelarsi più complicata di quanto pensavamo. Se muoviamo delle accuse così gravi nei confronti del nostro molestatore, dobbiamo essere in grado di dimostrare quello che affermiamo. Teniamo una traccia di tutto quello che ci viene detto o scritto (mail minatorie, insulti e rimbrotti alla presenza di testimoni) e supportiamo le nostre lamentele con delle prove concrete. Per ricevere l’aiuto di cui abbiamo bisogno, dobbiamo bussare alla porta della persona giusta e convincerla con ogni mezzo a nostra disposizione.

3. Affrontiamo il nemico

A rischio di apparire ingenui, proviamo infine a confrontarci coi bulli che ci “bersagliano”. Metterli di fronte al fatto compiuto e dimostrare quanto i loro comportamenti ci facciano stare male potrebbero sortire risultati inaspettati. Non è da escludere che i bulli in questione non abbiano consapevolezza di quello che fanno o che considerino del tutto normale relazionarsi, in maniera aggressiva, con gli altri. Affrontarli apertamente potrebbe rivelarsi la mossa giusta, specie se dimostreremo di non essere poi così deboli e vulnerabili come pensavano. Solo se daremo prova di credere sufficientemente in noi stessi e nelle nostre capacità, potremo sperare di ottenere qualcosa. Anche i bulli più incalliti hanno un cuore e una coscienza: un confronto schietto potrebbe “riabilitarli” una volta per tutte.

I bulli al lavoro possono rendere la vita un inferno, ma solo se glielo permettiamo. Osserviamoli attentamente ed impariamo ad affrontarli: ne usciremo rinforzati e ritemprati.




CATEGORIES
Share This

COMMENTS