A ballare in permesso retribuito per assistenza. Per la Cassazione il licenziamento è giusto

Andare a ballare in permesso retribuito per assistenza, per la Cassazione il licenziamento è valido.

La sentenza n. 8784 dello scorso 30 aprile da parte della Corte di Cassazione ha affermato che rappresenta una giusta causa di licenziamento la condotta di quel lavoratore che, durante la fruizione di un permesso retribuito richiesto (e concesso) al datore di lavoro per l’assistenza alla madre affetta da grave patologia, aveva in realtà preferito partecipare ad una serata a base di danze.


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Queste le motivazioni della Corte.

Nella sua pronuncia la Corte precisa anzitutto come la richiesta del lavoratore di poter usufruire di un giorno di permesso retribuito (come stabilito dalla legge 104/92), allo scopo di poter assistere un familiare portatore di handicap, per poi essere utilizzato per attività del tutto estraneo alle finalità assistenziali, è comportamento contrario al minimo etico, ed è pertanto giustificabile la sanzione massima del licenziamento, anche se ciò non è espressamente previsto dal codice disciplinare.

Ribadendo quanto già stabilito dalla Corte d’Appello in secondo grado, la Cassazione ha affermato come il permesso abbia finalità assistenziale nei confronti di un familiare portatore di handicap, e che pertanto l’utilizzo del periodo di sospensione retribuita per finalità che niente hanno a che vedere con lo scopo originario, è condotta censurabile sul piano disciplinare, e determinante il licenziamento. A nulla è rilevata la difesa del lavoratore, il quale dichiarava di non aver utilizzato per intero la giornata di permesso, ma solamente una parte di essa per le proprie finalità ricreative personali (destinando invece l’altra parte all’assistenza della madre).

Nella stessa pronuncia la Suprema Corte segnala altresì come il comportamento del lavoratore sia stato doppiamente grave poichè ha pregiudicato anche l’intera collettività, valutato che, in ultima istanza, il costo di tale situazione è sopportato dalla società (sebbene sia l’ente di previdenza a farsi carico della retribuzione del lavoratore nelle giornate di assenza).

Ancora, la Corte ricorda come ulteriore aspetto di gravità è determinato dal fatto che la condotta inadempiente del lavoratore genera riflessi negativi anche nei confronti della comunità di lavoratori che operano in azienda, che sono stati tenuti a una maggiore penosità della prestazione lavorativa, al fine di sopperire all’assenza del collega in permesso retribuito.



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