Avvocati stabiliti: la questione approda in Europa

Saranno i giudici europei, interpellati dal Consiglio Nazionale Forense italiano a decidere sul caso inerente il rifiuto dell’iscrizione messo in atto dall’Ordine di Macerata nei confronti di due avvocati “stabiliti”. Di questi ultimi e potenziali polemiche intorno al tema, abbiamo parlato recentemente in un nostro approfondimento che ha ottenuto un ampio seguito. Ebbene, considerate anche le ultime novità sulla materia, torniamo volentieri a occuparci degli avvocati che ottengono l’abilitazione all’esercizio della professione mediante una possibilità concessa da una direttiva europea, e del particolare caso di due fratelli di Macerata, terminato sulle scrivanie dei giudici europei.


Al fine di introdurre più compiutamente il caso europeo, ricordiamo ora brevemente cosa siano gli avvocati c.d. “stabiliti”, rimandando al nostro precedente focus per ogni maggior dettaglio. In questa sede, ricordiamo che una direttiva europea ben consente a un giovane laureato in giurisprudenza di poter scegliere una lecita alternativa all’iter di conseguimento dell’abilitazione tutto italiano (che passa principalmente attraverso un esame finale, ritenuto non certo estremamente agevole), rappresentata dalla possibilità di ottenere l’abilitazione all’estero (generalmente, in Spagna) e successivamente iscriversi all’elenco degli avvocati stabiliti in Italia. Dopo tre anni di “limbo”, il giovane aspirante avvocato italiano diventerà tale, potendo così iniziare a esercitare la propria professione.

Teoricamente, una direttiva di questo tenore dovrebbe tuttavia incentivare non tanto la possibilità che i giovani italiani ottengano un’abilitazione all’estero, per poi richiedere la “conversione” sul territorio della patria, quanto stimolare avvocati di altre nazioni d’Europa a poter compiere una esperienza professionale sul nostro Paese, senza dover necessariamente ottenere una nuova abilitazione rispetto a quella già conseguita nella nazione di appartenenza.

Così, almeno, la pensa l’Ordine, con il Consiglio nazionale forense che qualche giorno fa osservava con un pizzico di fastidio che il 92% delle persone che risultano essere iscritte all’elenco speciale dei professionisti abilitati all’estero – che tuttavia operano nel nostro Paese – è di nazionalità italiana. Di qui, la scelta di domandare ai giudici europei di chiarire una volta per tutte se l’iscrizione in Italia di chi si è abilitato in un altro Paese dell’Unione Europea debba essere automatica, anche quando c’è il forte e fondato sospetto che l’abilitazione estera altro non sia che un modo per “aggirare” l’esame italiano.

A solleticare la “curiosità” definitiva del Consiglio nazionale forense è stato il caso di due fratelli di Macerata, abilitati in Spagna e quindi, pochi mesi dopo, in grado di chiedere l’iscrizione all’ordine italiano. L’ordine di Macerata ha tuttavia rifiutato l’iscrizione, fiutando il fatto che i due giovani aspiranti avvocati abbiano utilizzato la pur lecita possibilità concessa dall’ordinamento comunitario, al solo scopo di evitare di essere sottoposti all’esame italiano. I due fratelli di Macerata non si sono tuttavia persi d’animo, e forti del loro diritto europeo si sono rivolti direttamente al Consiglio nazionale che, a sua volta, ha domandato un parere ai giudici europei.

 




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