Avvocati stabiliti, in arrivo regole più severe

Dall'Ordine di Bologna nuove indicazioni sostanziali sulle attività degli avvocati stabiliti.

Torniamo anche oggi ad occuparci degli avvocati stabiliti, un tema che più volte abbiamo toccato nel corso degli ultimi anni, sottolineando l’esistenza di evidenti margini di “confusione” in materia. Ebbene, come era lecito attendersi dai movimenti degli ultimi mesi, gli ordini degli avvocati starebbero assumendo posizioni sempre più severe nei confronti dei legali stabiliti, nella speranza di poter scoraggiare le tecniche utili per poter giocare sui misunderstanding nel comparto.


Di fatti, a precisare ora i limiti entro i quali gli avvocati stabiliti, iscritti nella relativa sezione speciale dell’albo di un qualsiasi ordine forense italiano, possano esercitare la professione in Italia, è arrivata la circolare n. 70 del 28 settembre 2015 ad opera dell’Ordine forense di Bologna, nella quale viene posta l’attenzione sulla modalità di utilizzo del titolo di avvocato stabilito, e sull’esercizio dell’attività professionale.

La circolare ricorda anzitutto come “l’avvocato stabilito non può in alcun modo spendere in Italia il titolo di avvocato, ma esclusivamente quello conseguito nel paese europeo d’origine (art. 4 del dlgs n. 96/2001)“. Quanto sopra ci conduce a un altro tema che abbiamo avuto modo di affrontare diverse volte negli ultimi anni, quello di “abogado”, il titolo acquisito in Spagna e spesso utilizzato come lasciapassare per poter – entro certi limiti e seguendo specifiche regole – esercitare la professione legale in Italia.

Dunque, se quanto sopra risulta essere sufficientemente chiaro, il titolo utilizzabile sarà proprio quello di “abogado” nel caso di laurea omologata in Spagna, e di conseguenza “avocat” nel caso in cui sia stata omologata in Romania.

In aggiunta a quanto sopra elaborato, l’Ordine di Bologna precisa come il titolo italiano  non può essere speso nemmeno in forma abbreviata (“avv.”) e non può essere utilizzato negli atti, nelle lettere, nella carta intestata e nell’indirizzo e-mail o Pec. In ulteriore integrazione ,l’Ordine afferma anche che la qualifica di stabilito deve essere chiaramente indicata, e non può essere limitata – si legge nel materiale diramato dall’Ordine – nella “sola indicazione, dopo il titolo di avvocato, della lettera “S” ovvero dell’abbreviazione “stab.”, trattandosi di segni che la gran parte del pubblico non ha strumenti conoscitivi per interpretare”.

Per quanto infine concerne l’esercizio delle proprie prestazioni, l’Ordine ricorda che l’art. 8 del d.lgs. 96/2001 stabilisce che “l’avvocato stabilito deve agire d’intesa con un professionista abilitato a esercitare la professione con il titolo di avvocato, il quale assicura i rapporti con l’autorità adita o procedente e nei confronti della medesima è responsabile dell’osservanza dei doveri imposti dalle norme vigenti ai difensori. L’intesa deve risultare da scrittura privata autenticata o da dichiarazione resa da entrambi al giudice adito o all’autorità procedente, anteriormente alla costituzione della parte rappresentata ovvero al primo atto di difesa dell’assistito”.

Per l’Ordine, infine, l’affiancamento non può essere esercitato in via generale, bensì l’integrazione dovrà essere fornita e formalizzata per singola procedura. Dunque, l’avvocato che affianca non può esercitare il ruolo di tutor con validità generale, ma solamente in relazione a singola o singole controversie.




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