Precari per forza, ma con ironia. Nel libro di Alessia Bottone il coraggio di una generazione

Intervista ad Alessia Bottone, autrice di "Papà mi presti i soldi che devo lavorare?". Nel libro c'è tutta la forza dei precari, trasformata in sapiente ironia.

Lei è una quasi trentenne di Verona, laureata e poliglotta che dopo aver vissuto e lavorato in sette Paesi del mondo è rientrata in Italia, dove è ancora alla ricerca di un lavoro stabile.


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È Alessia Bottone ed ha appena pubblicato il suo secondo libro “Papà mi presti i soldi che devo lavorare?” in cui racconta appunto peripezie lavorative, aneddoti simpatici e situazioni paradossali che ha dovuto affrontare nel corso della sua incessante ricerca di lavoro. Ma non mancano le disavventure, il disappunto e la volontà di accendere i riflettori sul mondo di oggi, popolato da giovani precari e disoccupati a tempo indeterminato.

  1. Ciao Alessia. In una tua intervista di qualche tempo fa dicevi di aver costruito circa 15 curriculum differenti, a seconda del tipo di lavoro per cui ti candidavi. Praticamente 15 Alessia diverse, tipo uno, nessuno, centomila…

Infatti è proprio così e non ne andava bene neppure uno! Troppo laureata, hai viaggiato troppo quindi troppo instabile, troppo inesperta… è importante sapersi adeguare alle richieste del mercato e adattarsi a quello che c’è, va bene sì ma a tempo determinato. Il tempo di inseguire e realizzare il proprio sogno. Si può lavorare come cameriera ma continuare a studiare la sera o seguire un corso, ad esempio uno dei tanti che sono su internet oggi, in vista di un sogno da realizzare. Fare un lavoro “per un secondo lavoro” ma in modo temporaneo e comunque si può fare di tutto, l’importante è mantenere la felicità. E se questo vuol dire anche andare all’estero per un po’, beh che ben venga. La cosa importante è che bisogna cambiare il modo di pensare: è sbagliato credere che se uno ad esempio è laureato in Storia, questo non gli servirà a niente. Anche per l’azienda che lo assume, comunque bisogna pensare che ha sempre cinque anni in più di studio e che se messo al posto giusto sarà motivato lui per primo ad acquisire altre competenze e a mettersi al passo con gli altri.

  1. Certo il giovane che non trova lavoro può demoralizzarsi e pensare di non valere abbastanza ma c’è anche chi se ne approfitta per non far nulla, no? È quello che afferma il Signor Bisognatornaretuttiallagricoltura del tuo libro…

Il problema è che molti giovani validi, con formazione, anni di studio alle spalle, competenze non trovano lavoro e si possono demoralizzare. Certo c’è anche chi si adagia e non fa nulla perché “tanto c’è la crisi”. Io penso che molti rimangono immobili anche perché hanno paura. La paura è una cosa terribile, ti blocca, ti immobilizza. Per tutti gli altri che invece non hanno proprio voglia beh che dire,  non possiamo pensarci noi, vedranno loro cosa fare tra qualche anno!

  1. Anche le donne passano non poche disavventure. Ad esempio si presentano ad un colloquio e la prima domanda che si sentono rivolgere è : probabilità di rimanere incinta? Verrebbe da chiedersi perché le convocano, d’altronde.

Beh, semplice perché i datori di lavoro sperano che dicano di non volerne. E infatti bisognerebbe avere il coraggio di rispondere proprio così: “no, non ci penso proprio!”. Oggi ci vuole molto coraggio per andare avanti, il lavoro per una donna è un diritto e bisogna ricordare a questi signori che sono lì perché c’è una donna che li ha messi al mondo. E poi non è che si può essere tutte casalinghe solo perché abbiamo la possibilità di fare figli.

  1. Alessia, secondo te qual è una cosa che non bisognerebbe mai dire a un precario?

Ancora un’altra? Non lo so, certo che gliel’hanno dette di tutti i colori a ‘sti poveri precari! Che continuino a farlo, tanto come dico io le martellate sui denti fanno bene, ti rendono più forte.

  1. In passato hai scritto una lettera al comune della tua città e poi una alla Fornero. A chi vorresti scrivere la prossima?

No basta a nessuno, quello che dovevo dire l’ho detto. La lettera alla Fornero ad esempio non ha mai ricevuto risposta ma per me era un modo più che altro di dire: ok basta! Finora abbiamo giocato ora cominciamo a fare le persone serie!

  1. Grazie tante per la tua disponibilità allora. Vuoi aggiungere qualcosa? Un’ultima considerazione, un sassolino dalla scarpa da togliere?

No che dire l’intervista mi è piaciuta, va bene così! Chi vive per togliersi i sassolini dalle scarpe fa solo male a se stesso. Io guardo alla gente comune che vive ogni giorno tra mille difficoltà, a quelli che lavorano, s’impegnano e fanno qualcosa per gli altri. Ce ne sono tanti in Italia ed è a loro che io mi rivolgo, a quelli invisibili di cui nessuno parla.



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